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Riformare la medicina generale senza ascoltare solo i difensori dello status quo

05 AGO - Gentile Direttore,
in una recente intervista il segretario generale del principale sindacato dei Medici di medicina generale ha paventato il “pericolo” ascrivibile all’ipotesi di passaggio dal rapporto in convenzione al rapporto di dipendenza dei medici di medicina generale, sostenuta dalle Regioni. Nel particolare, a dire dell’autorevole sindacalista, il rischio è che un cittadino non possa più scegliere il proprio Medico.
 
Tuttavia, non posso esimermi dal commentare siffatta affermazione, confutandone le fondamenta stesse sulla base dell’esperienza acquisita sul campo. Infatti, sebbene il Consiglio di Stato, in passato, si sia chiaramente espresso in favore della scelta del proprio Medico di medicina generale da parte del cittadino all’interno delle Aziende Sanitarie Locali di riferimento, queste ultime non sempre ne recepiscono le indicazioni, costringendo di contro le persone ad effettuare la scelta nel comune di residenza o nei comuni limitrofi, con contraddizioni enormi e discriminazioni di stampo medievale, salvo inventarsi meccanismi ormai collaudati.

 
Facciamo un esempio: all’interno del territorio di competenza di una ASL, un residente nel comune X non può scegliere il proprio Medico titolare nel territorio Y laddove non confinante col comune X, anche se distante pochi chilometri, salvo fare ricorso all’intervento di un comitato terzo che, nella migliore delle ipotesi, potrebbe concedere l’autorizzazione per un anno ovvero respingere la richiesta. Ma sempre all’interno della medesima ASL, laddove il comune X fosse una città o un comune di grandi dimensioni, il richiedente, ancorchè residente in una zona più distante dalla zona dove opera il Medico di medicina generale, rispetto alla distanza del comune Y, non avrebbe problema alcuno a scegliere il Medico. Assurdità o ipocrisia?

Che dire poi del paventato rischio di costringere i pazienti a fare chilometri per raggiungere il proprio Medico!? Tale affermazione appare confinata ad un contesto storico non più attuale, laddove i Medici di medicina generale, oggi, hanno a disposizione lo strumento digitale e tanto le ricette quanto i certificati possono essere agevolmente recapitati on-line, le strade delle periferie non sono più delle mulattiere, e le automobili sono in numero quasi maggiore degli abitanti!
 
Ovviamente, la mia è una provocazione rispetto a dei timori che appaiono comunque amplificati in maniera ingiustificata, atteso che le prestazioni dei medici di medicina generale, sino a prova contraria, ricadono nell’alveo delle cure primarie e della continuità assistenziale, e non nel sistema delle emergenze-urgenze. Pensare di avere il Medico “sotto casa” è davvero anacronistico. Tali lamentazioni di stampo sindacalista, pertanto, appaio allo scrivente più strumentali a mantenere lo status quo, ovvero a preservare per i Medici di medicina generale i presunti benefici connessi al convenzionamento e, più in generale, un sistema di rappresentanza che se ne alimenta, invece che tutelare il diritto alla salute dei cittadini.

Dico presunti poiché, invece, l’inquadramento nella dipendenza darebbe finalmente dignità ai Medici di medicina generale, riconoscendo loro i diritti tipici di qualunque lavoratore (ferie, gravidanza, maternità, paternità, malattia, trattamento di fine rapporto, ecc.). Si pensi poi all’assurdità del rapporto convenzionale laddove il Medico di medicina generale titolare sia costretto a reperire, di volta in volta, e retribuire (di tasca sua) un sostituto, al fine di potersi assentare dal lavoro per le “ferie”. Appare del tutto evidente come la parola contratto, applicata nel regime di convenzionamento, rappresenti un ossimoro!

Ci sono poi le cosiddette “distorsioni” del sistema delle zone carenti, di cui tutti sanno ma rispetto cui si continua a dissimulare come se nulla fosse, salvo ogni tanto emergere dall’ombra per iniziativa di qualche solerte giornalista o di qualche magistrato. Mi riferisco alla deprecabile e perversa pratica della “compra-vendita” di pazienti e di studi medici. Fenomeno sommerso il cui reale impatto, ad oggi, sembra che non ci sia stato interesse a rilevare da parte delle Aziende sanitarie o da chi dovrebbe essere chiamato a vigilare. Infatti, forse non tutti sono a conoscenza del fatto che la titolarità di medicina generale non si ottiene per concorso ma a mezzo di una graduatoria costruita in base a punteggi attribuiti a seguito di sostituzioni o di precedenti titolarità.
 
La cronaca ci ha messo di fronte all’evidenza di Medici di medicina generale pensionandi che organizzano “a caro prezzo” la propria uscita (o forse meglio sarebbe dire la propria “buonuscita”, atteso che per il Medico convenzionato non è previsto alcun TFR) in favore di qualche giovane medico, pronto a tutto pur di ottenere la tanto agognata titolarità dell’incarico, scavalcando quanti invece attendono di essere attinti dalla graduatoria per merito e non per altre logiche! Mesi prima del pensionamento, il Medico giovane si “affianca” al o viene chiamato a sostituire il pensionando, di modo che gli assistiti familiarizzino col Medico sostituto, che a quel punto riconosceranno come naturale prosecuzione del vecchio medico, con buona pace di un eventuale giovane Medico meritevole che, nel frattempo, abbia scelto quella zona resasi carente. È lecito pensare che anche queste dinamiche rappresentino una resistenza al cambiamento?!

Per non parlare poi del fatto che l’adozione del rapporto di dipendenza risolverebbe alla radice il meccanismo perverso secondo il quale il Medico prescrittore nel dire troppi no, in scienza e coscienza, vedrebbe i propri assistiti optare per un Medico più disponibile e meno attento al rispetto dei principi dell’appropriatezza. Tuttavia, anche su questo punto prevale la “fiera dell’ipocrisia” e quando i numeri evidenziano, in maniera inequivocabile, delle criticità in tema di prescrizione, e qualsivoglia interlocutore istituzionale li prenda come spunto per interrogarsi sul come ottimizzare la pratica prescrittiva per garantire la sostenibilità del Servizio Sanitario pubblico, allora si assiste alla levata di scudi ad opera di sindacati ed Ordini (che dei sindacati, e non della base, sono sempre più espressione), pronti a minacciare una mobilitazione!

A tal proposito, rivolgo un appello al Ministro delle Salute, alle Regioni ed a tutti gli organi preposti al rinnovo dell’Accordo Collettivo Nazionale, affinchè venga ascoltata anche la voce dei portatori di interesse, e non più soltanto dei difensori dello status quo e degli interessi di parte. Se la dipendenza fosse un pericolo o una punizione, allora non si spiegherebbe il perché in essa ripongano elevate aspettative tantissimi Medici che la pensano in maniera diversa da chi ha seduto, sino ad oggi, al tavolo della contrattazione. Il rapporto di dipendenza può e deve rappresentare il presupposto per il rilancio delle Cure Primarie e della Continuità Assistenziale, favorendo la cultura di sistema e superando la cultura delle parti, affermando la multidisciplinarietà e le aggregazioni multiprofessionali, nonchè la piena integrazione dei percorsi e delle cure, in risposta al crescente impatto delle multicronicità e delle comorbosità, ma anche per rendere tracciabili le prestazioni e le prescrizioni e per misurare le performance assistenziali nel territorio, al pari di quanto avviene negli ospedali.

Confido che, a settembre, non si metta in scena la minacciata manifestazione pro-passato, l’ennesima, ma che, di contro, si apra un serio dibattito, dentro e fuori la professione medica, sul rilancio della sanità pubblica che, come dimostrano i dati e le evidenze, non può che passare dall’evoluzione della Medicina Generale, della Continuità Assistenziale e delle Cure Primarie arrivate ormai al capolinea del cambiamento radicale.

Maria Francesca Falcone
Medico di Medicina Generale e Continuità Assistenziale
Sicilia 


05 agosto 2019
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