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23 FEBBRAIO 2020
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La contenzione è il fallimento della relazione terapeutica

30 AGO - Gentile Direttore,
in un commento sui social il Dott. Giorgio Bert ha scritto che “i comportamenti che disturbano non sono malattie (in qualche caso possono esserne tutt'al più sintomi), di conseguenza reprimerli o punirli (sedazione, contenzione, carcerazione, ricovero..) non ha mai valenza terapeutica; non è insomma un atto medico ma un tentativo violento di “normalizzazione” da parte di chi ha il potere di definire la “norma” e di imporla. La riflessione di Bert è una visione condivisibile che sposta la questione “contenzione” sull'unico campo in cui dovrebbe essere discussa ossia quello culturale.

Fu una rivoluzione culturale a cambiare il paradigma di approccio al malato psichiatrico, una rivoluzione che partiva dalla cosiddetta “semantica psichiatrica” come la intendeva Franco Basaglia e dovrà necessariamente essere culturale il superamento dell'utilizzo dei mezzi di contenzione in ogni ambito dove si esercita una relazione di cura.

Per questo motivo diventa importante raccontare di Elena come lo è stato raccontare di Francesco, il “maestro più alto del mondo”. L'immagine di Elena legata ad un letto mentre la stanza si riempie di fumo è un contraltare drammatico alla scena del “vassoio del vitto lasciato accanto a Mastrogiovanni legato al suo letto e dopo poco portato via senza che il paziente avesse potuto avvicinarsi allo stesso e senza che nessun operatore si prendesse la responsabilità non solo che assumesse il pasto ma soprattutto lo slegasse” (dal film “87 ore gli ultimi giorni di Francesco Mastrogiovanni”): dov'è la relazione che cura in queste due immagini? Dove possiamo stabilire l'eccezionalità del trattamento contentivo?


L'utilizzo della contenzione non può essere considerata “pratica eccezionale”, come possiamo parlare di eccezionalità di un fenomeno quando questi viene rappresentato con valori statistici a due cifre?

Andrebbe tuttavia specificato che i dati a disposizione sono scarsi, come affermato dalla Dott.sa Giovanna Del Giudice presidente della “Conferenza permanente Franco Basaglia per la salute mentale nel mondo” in audizione in Commissione Diritti Umani al Senato il 4 maggio 2016, rendendo il “fenomeno della contenzione poco dibattuto anche tra gli operatori stessi”.

Ma se le UO psichiatriche non producono dati, così non è per il vasto mondo delle residenze per anziani. Un'indagine del 2012 sottolineava come l'utilizzo della “contenzione” superava abbondantemente il 50%, con punte dell'80%.

Le professioni sanitarie hanno il dovere di riaprire questo capitolo assumendosi la responsabilità di tornare ad avere un ruolo educativo nei confronti di quanti ritengono la “contenzione” un atto ineludibile per prendersi cura del paziente con un disturbo comportamentale, trovare il coraggio di affermare che optare per limitare la libertà significa che abbiamo fallito nella relazione terapeutica e che non può esistere una giustificazione atta ad auto-assolversi di fronte a questo fallimento.

Il primo atto che Medici ed Infermieri dovrebbero mettere in pratica è il rifiuto della contenzione, partendo dalla riformulazione dei propri codici deontologici, un'analisi ben affrontata dal Prof. Benci proprio su questo quotidiano il 5 maggio scorso.

La sola formulazione presente nei codici è sufficiente per indurre negli operatori medici ed infermieristici la convinzione che la contenzione è pratica che può e deve essere utilizzata. E come possiamo descrivere una “contenzione” che miri a mantenere la “dignità” dell'assistito (art 32 C.D. Medici) e quali sono i parametri di riferimento che definiscono la “temporaneità” (art 35 C.D. Infermieri) dell’intervento?

Essendo parte della famiglia infermieristica, l'art 35 rappresenta plasticamente quanto affermato poche righe sopra, ossia un maldestro tentativo di autoassolversi. Inoltre ci sarebbe da chiedersi con quale spirito deontologico un infermiere si appresta a rispondere ad un atto che non è medico e che inoltre definisce egli stesso non terapeutico.

Un problema/fenomeno che non viene monitorato e che diventa attualità della cronaca e dibattimento giuridico in assenza peraltro di norme specifiche perchè come spesso ripetuto, anche su questo quotidiano, non esistono norme di legge che determinano il percorso, che “delimitano” o “recintano” il “libero arbitrio professionale” degli operatori rendendoli consapevoli che la violazione della libertà individuale è materia di rilevanza costituzionale ed andrebbe tutelata come tale.

Rimane tuttavia in essere la questione culturale che predomina su quella professionale e giurisprudenziale. Una questione che coinvolge gli operatori, i pazienti ed i loro familiari.

E' paradossale pensare di proteggere una persona da una possibile caduta (con tutte le note conseguenze che potrebbero verificarsi) ed allo stesso tempo “legarla” con la convinzione che questo atto la preserverà dalla caduta stessa ed il paradosso sta proprio nel fatto che un professionista conosce (o dovrebbe conoscere) quanto viene affermato dagli studi internazionali ossia che “Non c’è nessuna evidenza scientifica che supporta l’uso di mezzi fisici di contenimento come strategia per la prevenzione delle cadute in pazienti”. (come riportato anche nei documenti di indirizzo del Ministero della Salute per la prevenzione delle cadute).

Uscire dai paradossi è un percorso lungo, occorre avere una visione di lunga prospettiva ed ai tempi della medicina difensiva diventa una scelta coraggiosa, spesso minoritaria ma inevitabile, anche solo per rendere giustizia a coloro che hanno perso la loro vita.
E' evidente che appiattirsi esclusivamente sulla questione organizzativo-professionale non produce alcun effetto, non impedisce l'utilizzo della contenzione e non costruisce alcun contributo culturale che miri al superamento definitivo della pratica contenitiva.

Il passaggio culturale che dovremmo operare è smettere di parlare di “contenzione” e cominciare a parlare di “contenimento” ossia quelle pratiche relazionali e di iterazione con il paziente utili a fargli superare la crisi, come ci ricordava la stessa dott.sa Del Giudice, dando un nuovo avvio a quella rivoluzione semantica di cui parlavo all'inizio di questa riflessione.

Di “contenzione” si muore, un atto che produce effetti di tale portata non solo non è terapeutico ma non è umano: “Nel nostro mestiere la finalità è quella di affrontare, - trovare la maniera di affrontare la contraddizione che noi siamo: oppressori ed oppressi, e che dinanzi a noi abbiamo una persona che si vorrebbe opprimere. Bisogna fare in modo che questo non avvenga. L'uomo ha sempre questo impulso, di dominare l'altro; è naturale che sia così. E' innaturale quando si istituzionalizza questo fenomeno oppressivo. Quando c'è un'organizzazione che, approfittando dei problemi contraddittori, crea un circuito di controllo per distruggere la contraddizione, assolutizzando i due poli della contraddizione ora in un modo ora nell'altro.

Noi rifiutiamo questo discorso. Noi diciamo di affrontare la vita, perché la vita contiene salute e malattia, e affrontando la vita noi pensiamo di fare la prevenzione. Pensiamo di fare il nostro mestiere: di infermieri, di sanitari, di medici.” e dunque “quando vedi un uomo legato, tu slegalo subito” (F. Basaglia)

Piero Caramello
Infermiere


30 agosto 2019
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