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Infermiere di parrocchia. Ecco le risposte ai dubbi dell’Opi Milano, Lodi, Brianza e Monza

02 SET - Gentile Direttore
sono lieto che il recente accordo tra l’Ufficio per la Pastorale della Sanità della CEI e la ASL Roma 1 sulla sperimentazione di una collaborazione tra servizio sanitario pubblico e comunità parrocchiali susciti interesse e dibattito. Colgo dunque l’occasione della recente lettera del Presidente dell’Ordine delle professioni infermieristiche di Milano, Lodi, Monza e Brianza per fornire dei chiarimenti rispetto ai quesiti sollevati, oltre che per illustrare il senso e il perimetro del progetto, e la ringrazio per questa opportunità. Innanzitutto è bene precisare che non viene istituita nessuna nuova figura, né i firmatari dell’accordo avrebbero titolo per farlo.

L’infermiere di comunità, il cui ruolo e le cui funzioni sono stati delineati dall’Organizzazione Mondale della Sanità sin dal 1998, rappresenta un elemento essenziale per costruire una rete di prossimità sul territorio ed è oggi ampiamente sperimentato in diverse realtà del Paese.


È insita nella sua funzione proattiva la necessità di conoscere i contesti locali e entrare in relazione con ambiti aggregativi e realtà sociali già presenti sul territorio che possono diventare canali particolarmente efficaci per raggiungere in modo più capillare le persone. Questo vuol dire operare in quartieri particolarmente disagiati, nei mercati, nei centri anziani, con le scuole e – perché no - anche con le parrocchie, se questo aiuta le persone ad accedere al servizio sanitario pubblico o anche semplicemente ad esprimere un bisogno o una domanda di assistenza e di cura.

Per questa ragione la ASL Roma 1 ha raccolto con entusiasmo la proposta dell’Ufficio Nazionale per la Pastorale della Salute della CEI di fornire una collaborazione tecnica al fine di valutare la fattibilità di modelli di collaborazione più innovativi tra le parrocchie e il Servizio Sanitario.

Non si tratta in alcun modo di cedere o appaltare ad altri una parte dell’assistenza infermieristica. È esattamente il contrario, nel senso che il servizio sanitario pubblico entra in contatto con delle comunità locali significative e spesso molto attive, quali sono le parrocchie, per migliorare l’accesso alla rete dei servizi.

Personalmente ritengo che sia stata una scelta e una proposta lungimirante e particolarmente “laica” da parte dello stesso Ufficio Pastorale per la Salute della CEI, che avrebbe potuto ipotizzare altre soluzioni, alternative e parallele al servizio sanitario pubblico. Questa collaborazione pubblico-privato, invece, potrà rafforzare e legittimare ulteriormente il ruolo della ASL sul territorio nella sua funzione di tutela e garanzia.

Interagire con le comunità parrocchiali non significa in alcun modo privilegiare i cittadini in funzione del loro credo religioso, escludere comunità acattoliche o rinunciare alla laicità del servizio pubblico. Tutti i canali che riconducono correttamente la domanda di assistenza o la risposta a bisogni di salute all’interno della rete istituzionale vanno esplorati e utilizzati.

Abbiamo in corso una collaborazione con una ONG per facilitare il percorso nascita delle donne migranti, a partire da una sperimentazione in alcuni quartieri. Questo vuol dire che stiamo escludendo le donne italiane o residenti in altri quartieri? No, ma semplicemente che stiamo cercando di costruire un modello di presa in carico delle donne in gravidanza che sicuramente potrà essere esteso a tutto il territorio dell’azienda, ma che parte proprio da quelle realtà che per motivi diversi (di lingua, economici, sociali, culturali) hanno più difficoltà di accesso alla rete dei servizi.

Da anni siamo presenti in alcuni mercati della capitale con un nostro “Banco della Salute” finalizzato a informare i cittadini e promuovere le attività di prevenzione, abbiamo avviato un progetto per garantire una presenza periodica di informazione sanitaria e prevenzione nella periferia di Bastogi (quella del noto film “Come un gatto in tangenziale”, per intenderci), gestiamo da oltre dieci anni un Centro per migranti forzati e vittime di tortura con il Centro Astalli e andiamo nei campi rom per promuovere screening e vaccinazioni. Questo vuol dire che stiamo destinando risorse pubbliche in modo discriminatorio verso alcuni cittadini (peraltro spesso neanche residenti) escludendo altri?

Io non credo. Al contrario, riteniamo che tutto ciò che può favorire l’accesso al servizio sanitario di chi ne ha bisogno, intercettare gli “irraggiunti”, contrastare il fenomeno del barbonismo domestico, aiutare le famiglie, informare e responsabilizzare le persone su comportamenti appropriati e stili di vita sani sia da perseguire, con soluzioni e modelli organizzativi anche diversi e aggiuntivi ai canali tradizionali, ma sempre nello spirito del servizio pubblico.

Un’altra preoccupazione sollevata è che questo infermiere, operando in un contesto cattolico, che ha posizioni bioetiche non sempre concordi con alcune leggi dello Stato, possa essere condizionato o addirittura portato a non rispettare il proprio codice deontologico. Non sarà così. L’infermiere del servizio sanitario pubblico indirizza ai servizi dell’azienda, incluse le attività consultoriali per la promozione della contraccezione, il servizio di assistenza domiciliare, il Sert o il centro di salute mentale, per fare degli esempi, senza discriminazione o condizionamento. Non assiste le persone in quanto parrocchiani, e quindi cattolici, ma in quanto cittadini. Se intercetta la loro domanda attraverso la collaborazione con le parrocchie questo sarà un merito del progetto e non certo un vincolo.

Quindi il servizio pubblico non rinuncia alla sua autonomia e laicità. Segnalo che la ASL Roma 1 ha attivato il primo centro pubblico per la fecondazione eterologa di tutto il centro-sud e da oltre dieci anni promuove nelle scuole e nelle piazze campagne rivolte ai giovani nell’educazione alla sessualità e nella prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili. Al tempo stesso abbiamo da anni una collaborazione con il Tavolo Interreligioso di Roma per sensibilizzare le strutture sanitarie al rispetto delle persone anche nel loro credo religioso e abbiamo recentemente promosso la definizione di un Manifesto interreligioso per i diritti del fine vita sottoscritto dai rappresentanti di otto religiose diverse.

In sintesi, credo che trovare soluzioni che aumentano la nostra capacità di risposta ai bisogni delle persone, indipendentemente (ma anche nel rispetto) dal loro credo religioso, è a pieno titolo la missione di una azienda sanitaria e di chi la dirige, e oggi perseguire le finalità istituzionali del servizio pubblico implica anche un buona dose di creatività, innovazione, e talvolta anche coraggio.

Il progetto di infermiere di comunità in parrocchia (che mediaticamente e per brevità viene indicato come “infermiere di parrocchia”) parte peraltro proprio nel momento in cui la Regione Lazio, anche all’interno del Piano per le Cronicità in corso di definizione, conferma il Distretto quale ambito di riferimento per la gestione di un sistema assistenziale più integrato e proattivo. Dopo anni di risanamento e riorganizzazione dell’offerta, che hanno consentito di azzerare il deficit e migliorare costantemente il punteggio della griglia LEA, si punta ad innovare la rete dei servizi, con particolare attenzione all’assistenza territoriale.

In conclusione, questa collaborazione non riduce ma apre una grande opportunità per rafforzare l’efficacia e la fiducia nel SSN come servizio di prossimità, vicino ai luoghi di vita delle persone, trovando nuove strade ancora da esplorare. Nelle prossime settimane il progetto entrerà in una fase più operativa, con gli accordi di collaborazione tra le Diocesi che ci sono rese disponibili e le singole ASL che vorranno aderire (ovviamente d’intesa con i loro Assessorati), la formazione degli operatori e l’attivazione concreta del servizio.

Sin dall’inizio abbiamo ritenuto di condividere l’idea con alcuni soggetti istituzionali importanti come la Fnopi (Federazione Nazionale Ordini Professioni Infermieristiche) e la Fiaso (Federazione Italiana Aziende Sanitarie e Ospedaliere) e l’intenzione è quella di costruire intorno a questo progetto una solida e ampia partecipazione, anche per una valutazione congiunta delle prime esperienze.

Come ho già detto in altre sedi, non si tratta di un modello alternativo al servizio sanitario pubblico, né di un ambulatorio infermieristico della parrocchia. Le risorse da mettere a disposizione sono le stesse con le quali già portiamo avanti il progetto di infermieristica di comunità. Sulla base dell’esperienza di questi anni, sono convinto che un accesso più appropriato e più tempestivo ai servizi, una maggiore attenzione alla prevenzione e alla promozione della salute - che vada verso i cittadini e nei luoghi che quotidianamente frequentano - aumenti sia la qualità dei servizi che un uso efficiente delle risorse pubbliche.

Sono contento se Quotidiano Sanità vorrà seguire il progetto nei prossimi mesi, per monitorare i primi risultati e ospitare eventuali ulteriori riflessioni e confronti, che ci aiuteranno a porci delle domande e a migliorare la nostra azione, che non ha altre finalità se non la tutela e la promozione della salute dei cittadini in uno spirito di servizio pubblico.

Angelo Tanese
Direttore Generale ASL Roma 1


02 settembre 2019
© Riproduzione riservata


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