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Già oggi l’equipe fa convivere medici, infermieri e tecnici

09 OTT - Gentile direttore,
nella polemica dei giorni scorsi che ha infiammato il mondo della sanità, per intenderci il caso Venturi vs Medici, vorrei provare a fare un passo in avanti cercando di prendere atto delle posizioni espresse sia da una parte (quelle del presidente del Comitato di settore); che dall’altra (Federazione dei medici in testa e a seguire le OO.SS. di categoria e società scientifiche) per arrivare ad una sintesi che auspicherei essere metodologica, di lavoro, per il bene della professioni sanitarie tutte e soprattutto per il bene dei cittadini. Non nascondiamoci, da tempo all’interno del SSN c’è un dualismo tra medici e figure sanitarie non mediche: infermieri, tecnici, operatori sanitari.
 
Un dualismo che definirei carsico, che scorre sotterraneo e che a tratti, il caso Venturi ne è l’ultimo esempio in ordine di tempo, emerge con forza dirompente rischiando di fare sconquassi enormi. Esiste insomma un dualismo che vede contrapposte figure che invece sono chiamate tutti i giorni, 365 volte l’anno, a collaborare, se non in armonia, almeno in accordo avendo come obiettivo comune la salute degli assistiti.


La sanità è un campo delicato, certo spesso fonte di conflitti generati però anche da fattori esterni alcuni dei quali individuo nel de-finanziamento, nel carico burocratico e nella carenza di personale, tre fattori non da poco che impattano sul nostro quotidiano. Certo poi ognuno di noi, mi rivolgo sia ai medici che ai non medici, ha le proprie colpe e le proprie responsabilità.
 
Parlando di noi medici non possiamo nascondere che specie in passato siamo stati autoreferenziali, e per questo visti all’esterno come “casta” che difende interessi di categoria. Anche se poi ditemi quale categoria, ed il caso Venturi ne è la prova, non fa i propri interessi. Allo stesso tempo le altre professioni sanitarie non mediche, forti di corsi di laurea, di percorsi di formazione e aggiornamento continui, hanno cercato a torto, invece di “valorizzare” le proprie, di “erodere” competenze tipiche del medico. Nel tentativo di governare questo dualismo nel corso degli anni si è dato vita a tavoli di lavoro, commissioni interprofessionali, dibattiti, convegni, workshop. Ci siamo anche rifugiati nella lingua inglese, definendo il task shifting, ma niente.

Alla fine la situazione è quella che abbiamo vissuto in questi giorni per cui il livello di scontro da alto è diventato altissimo. È dunque evidente che trovare una sintesi è difficile. Forse le nuove generazioni, quelle che si affacciano adesso nel SSN e che semplicemente prendono atto della situazione attuale, scevre da quei cambiamenti che abbiamo vissuto noi, passatemi il termine, “vecchi” professionisti, sapranno cogliere questa ennesima sfida di cambiamento. Seppur difficile però una sintesi vorrei provare a suggerirla. E questa sintesi, secondo me, è l’equipe. Ovvero quel gruppo ristretto di lavoro composto da persone che collaborano, ognuno secondo le proprie competenze, che specifici corsi di studio e di formazione universitaria hanno dato loro, con un obiettivo comune e ben identificato: la salute dei cittadini. Ed è quello che succede tutti i giorni nelle Aziende sanitarie, nei dipartimenti ospedalieri, negli ambulatori delle ASL.
 
L’equipe è quel “miracolo professionale” che fa convivere medici, infermieri, tecnici che quando funziona dà risultati in termini di prestazioni sanitarie e in termini di efficienza economica. Perché se l’equipe funziona il cittadino trova la risposta di salute e le Regioni trovano la risposta di bilancio perché gli sprechi si riducono. Questa è la sintesi metodologica, di lavoro, che auspicherei per la sanità.

Il documento pubblicato dalla U.E.M.S. a Bruxelles il 25 aprile ultimo scorso definisce “l’atto medico ricomprendente tutte le attività professionali, di formazione, educative, organizzative, cliniche e di tecnologia medica, svolte al fine di promuovere salute, prevenire le malattie, effettuare diagnosi e prescrivere cure terapeutiche o riabilitative nei confronti dei pazienti, individui, gruppi o comunità, nel quadro delle norme etiche e deontologiche. L’atto medico è una responsabilità del medico abilitato e deve essere eseguito dal medico o sotto la sua diretta supervisione e/o prescrizione.”

Prendere atto delle differenze che esistono e che ci sono, tra le varie figure sanitarie e operare affinché queste non diventino un ostacolo in grado, a lungo andare, di far crollare il già debole Sistema Sanitario Nazionale.
 
Antonio Magi
Presidente Ordine Provinciale di Roma dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri 


09 ottobre 2019
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