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La prevenzione primaria è una pratica sovversiva?

14 OTT - Gentile Direttore,
è confortante leggere gli autorevoli pareri di Antonio Bonaldi e di Nino Cartabellotta supportati dai ricercatori del Centre for Evidence-Based Medicine che evidenziano l’inutilità e nocività in termini di salute e di costi economici dei check-up. Piuttosto che sprecare risorse nei check-up, Bonaldi e Cartabellotta auspicano la promozione della prevenzione primaria per la sua efficacia e costo efficacia. 
 
Sui media si parla spesso di prevenzione, ma poco della “vera prevenzione”, quella primaria. Spesso la si confonde, sovente strumentalmente, con quella secondaria e terziaria. Mentre queste ultime riferiscono alla malattia, la prima riferisce alla salute. La secondaria e la terziaria riferiscono alla gestione dell’offerta sanitaria, tanto cara ai bocconiani. La prevenzione primaria riferisce alla gestione della domanda di salute; salute che va mantenuta, tutelata e promossa. Si tratta di un concetto che richiama la mitologia greca, dove Igea, dea della salute, veniva associata alla prevenzione delle malattie e al mantenimento dello stato di salute. Utilizzare strumentalmente in maniera impropria termini che si rassomigliano, ma che hanno significati differenti, rappresenta uno dei tanti esempi di sofisticazione del linguaggio che confondono le menti.

 
Un esempio di confusione mentale: da un sondaggio eseguito nella provincia di Trento risulta che il 69,1% delle donne pensa che lo screening annulli o riduca il rischio di ammalarsi di cancro al seno! [1]. Un cambiamento di linguaggio metterebbe in crisi coloro che utilizzano il termine prevenzione per incrementare il mercato della salute. Infatti la prevenzione primaria non è appetibile per chi intende lucrare sulla salute poiché utilizza una “tecnologia povera”. [2]
 
Tuttavia, la prevenzione primaria è la maniera più efficace per tutelare la salute delle persone e della collettività. Un miliardo di euro investiti in prevenzione, oltre a tutelare la salute delle persone, triplica i risparmi economici in dieci anni. [3] Ma non incrementa il PIL! È soprattutto grazie agli investimenti fatti per garantire e promuovere l’igiene e la salubrità delle abitazioni (fognature e acqua potabile), la sicurezza dei luoghi di lavoro, il miglioramento dell’alimentazione che dalla seconda metà dell’800 la vita media si è notevolmente allungata. [4]
 
Sicuramente gli antibiotici, alcuni vaccini, alcuni farmaci e alcune tecniche chirurgiche hanno inciso sull’allungamento dell’aspettativa di vita, ma ci sono altri fattori che sono più efficaci. È appurato che la salute è condizionata per il 40-50% dai fattori socioeconomici e dagli stili di vita, per il 20-30% dalle condizioni dell’ambiente, per il 20-30% dall’eredità genetica e solo per il 10-15% dai servizi sanitari. [5]
 
Questo significa, a conferma del concetto di controproduttività strutturale formulato da Ivan Illich, che investire in sanità oltre un certo limite non serve a migliorare la salute delle persone. Nonostante queste evidenze, il capitale spinge a investire sempre più nella sanità e nella medicina, esaltando ogni vittoria tecnologica sulla malattia che tanto affascina gli individui e le istituzioni. [6] Forse più che di vittoria si tratta del fallimento della prevenzione sulla quale s’investe pro capite lo 0,8% della quota di spesa sanitaria. [7]
 
Non si tratta di sminuire il ruolo della ricerca e della spesa sanitaria, ma di evidenziare la sproporzione d’investimenti. La visione economicistica, che sta pervadendo la sanità, induce a puntare sulla quantità piuttosto che sulla qualità. D’altronde, si sa, è molto più difficile trattare la qualità che non la quantità, proprio perché l’esercizio del giudizio è una funzione più elevata che non la capacità di contare e calcolare. [8]
 
Tuttavia, è solo riducendo la domanda sanitaria tramite la prevenzione primaria che si aiuta a risolvere la cronica emergenza sanitaria. Purtroppo, si sa, il politico poco illuminato è alla continua ricerca del consenso immediato e dunque preferisce le soluzioni appariscenti e fallaci sacrificando così la prevenzione primaria. Eppure, ci fu un tempo nel quale la prevenzione primaria sembrò essere la priorità nell’agenda politica. La riforma sanitaria del 1978 fu però gradualmente smantellata, vanificando il sogno dei tanti medici, come Giulio Alfredo Maccacaro, che avevano individuato nella prevenzione primaria la priorità di azione di un paese civile. Se si fosse attuata, oggi sarebbero disponibili risorse per il Servizio Sanitario Nazionale che invece devono essere destinate alla cura di malattie assolutamente prevenibili come quelle legate all’obesità, al fumo, all’inquinamento, alle condizioni lavorative, agli stili di vita scorretti e alla cattiva nutrizione.
 
Purtroppo, in nome della produzione e del consumo e per conto dei “macropredatori” che lucrano sulla pelle delle persone, al momento non s’intravede una politica illuminata che sappia porre come priorità la tutela e la promozione della salute. [9] Invece di dedicarsi alla riduzione della domanda sanitaria l’impegno politico è indirizzato a incrementare l’offerta sanitaria che, come scritto sopra, oltre un certo limite è dimostrato essere inefficace.
 
Emblematiche sono le parole del compianto Giorgio Ferigo: “La prevenzione, infatti, è come i carmina: non dat panem, né tangenti”. Non incrementa il consumo di farmaci, anzi suo scopo è – tendenzialmente – di ridurne l’impiego. Dunque, non interessa alle case farmaceutiche (salvo a quelle che producono vaccini – ma si tratta di ben modesto mercato). Non incrementa i ricoveri ospedalieri, anzi, se funzionasse, ci sarebbero meno malati e perciò meno ricoverati. Dunque, non è per nulla considerata dagli imprenditori edili, dai venditori di macchinari diagnostici, dai manager e dai clinici con libera professione intra-extramuraria. Non distribuisce lenimenti e conforti, non esibisce risultati né clamorosi né immediati; e non procaccia consensi. Talvolta costringe a interventi strutturali, anche costosi. Dunque, è meno che mai in auge tra i politici, cui arride il belletto e l’apparenza, non il rigore e la sostanza. È un’arte povera, una disciplina scalza, una pratica a suo modo sovversiva”. [10]
 
Forse è proprio in queste parole la spiegazione del mancato impegno politico nella prevenzione primaria.
 
Nick Sandro Miranda
 
1.  http://www.partecipasalute.it/cms_2/node/1856
2.  Gianfranco Domenighetti. Il mercato della salute. Roma: CIC dizioni internazionali; 1999. pp. 74-5.
3. http://www.adnkronos.com/IGN/Daily_Life/Benessere/Sanita-1-mld-investito-in-prevenzione-triplica-risparmi-in-10-anni-studio_311223194006.html

4. Fritjof Capra. Il punto di svolta. Milano: Editore Feltrinelli; 2012. pp.115-6.
5.  Richard Wilkinson e Michael Marmot. I determinanti sociali della salute. I fatti concreti. Edizione Provincia Autonoma ento, Assessorato alle Politiche alla Salute, Trento 2006. p. 3.
6.  Fritjof Capra. Il punto di svolta. Milano: Editore Feltrinelli; 2012. p.180.
7.  Ivan Cavicchi, Il pensiero debole della sanità. Bari: Edizioni Dedalo; 2008. p. 202.
8.  Ernst Friedrich Schumacher. Piccolo è bello. Milano: Editore Mursia; 2011. p. 52.
9. http://www.odontolex.it/images/stories/etica_compressa_fra_micro_e_macropredatori.pdf
10.  Giorgio Ferigo. Il certificato come sevizia. Udine: Editore Forum; 2003. p.138.

14 ottobre 2019
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