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Quale infermiere per il prossimo futuro?

14 NOV - Gentile direttore,
le dichiarazioni di stima del prof. Cavicchi alimentano la convinzione di poter divenire i nuovi Taylor della sanità per apportare un ammodernamento culturale alle organizzazioni del lavoro. Le questioni mediche e infermieristiche vogliamo intenderle come straordinarie crisi di crescita, necessarie per metterci in marcia ai cambiamenti antropologici e demografici in corso; “Infermieri In cambiamento” si propone di essere un catalizzatore di questo passaggio epocale per guidare e governare una rivoluzione culturale non più procastinabile.
 
I medici stanno già ridiscutendo il loro paradigma scientifico per allineare l’ ontologia professionale alle evoluzioni sociali e culturali in corso, come potrà essere l’ infermiere quando avrà lasciato alle spalle l’ epoca della post-ausiliarietà e si sarà proiettato, con un nuovo modo di essere, al futuro?
 
Intanto, in un presente iperstimolato in cui tutto, viaggiando ad una super-velocità risulta superficialmente semplificato, occorre fermarsi a riflettere per sottoporre a dubbio le prassi di oggi. Il dubbio serve a destrutturare le certezze fin ora assunte in maniera inerziale per innescare il cambiamento. In secondo luogo urge scovare le cause profonde della crisi di identità delle professioni per capire cosa e come vogliamo essere nel prossimo futuro per mobilitare, di conseguenza, le giuste risorse.

 
L’infermiere del futuro, valorizzando l’intellettualità della propria professione, dovrà porsi come l’interprete di una disciplina, l’infermieristica, che, in piena evoluzione epistemologica, sta via via delineando il suo confine scientifico.
 
Per completare questa evoluzione, l’infermiere deve rifarsi ad un unico modello di riferimento per unificare il linguaggio intra-professionale e per definire univocamente l’assistenza infermieristica come la presa in carico delle conseguenze della malattia di tipo fisiologico, psicologico e sociale sul vivere quotidiano e sull’autonomia della persona considerata nella sua totalità e soggettività; altresì saprà rifarsi ad un’unica metodologia (c.d. processo di assistenza) per definire esattamente come si fa l’assistenza.
 
Dunque l’infermiere del futuro deve:
• adottare un comune linguaggio scientifico,
• pianificare l’assistenza sottesa ad un modello concettuale di riferimento unico,
• prescrivere interventi assistenziali di bassa complessità e discrezionalità e ad alta standardizzazione al personale di supporto,
• dedicarsi all’assistito e alla famiglia tout court con il suo patrimonio di conoscenze e competenze,
• valutare gli esiti del proprio operato,
• attivare un circuito per cui dalla clinica si generano dubbi da sottoporre alla ricerca, che alla clinica li restituisce, per mezzo di un efficace trasferimento didattico, sottoforma di nuove conoscenze,
• intrecciare con le altre professioni sanitarie un rapporto di interdipendenza flessibile, dove ogni professione modifica la pianificazione delle cure per l’assistito in virtù delle modifiche apportate dagli altri professionisti.
 
Perciò in primis urge recuperare e rivalutare consapevolmente le basi normative, disciplinari e metodologiche del nostro campo di attività e responsabilità professionale per ricontestualizzare il nostro ruolo, desumendolo dai nuovi ed emergenti bisogni di salute dei cittadini.
 
Questo passaggio è da considerarsi un punto di partenza per livellare i bisogni formativi di una categoria ancora molto eterogenea da un punto di vista culturale e difforme nelle sue linee di condotta professionali; pena l’aumentare della forbice tra chi teorizza sull’assistenza e chi fa l’assistenza sul campo.
 
Il rischio è quello di costruire una cultura clinica avanzata in una generazione di infermieri sempre più specializzati, ma su basi normative, disciplinari e metodologiche fragili. Queste basi ai più possono sembrare già note, di fatti urge recuperare la dimensione del noto.
 
Il noto proprio perché è noto, ovvio, scontato, NON è conosciuto! Solo avendo ferme queste premesse, possiamo proiettarci al futuro e discutere una nuova organizzazione del lavoro in cui mettere a disposizione ognuno il proprio patrimonio di competenze in un’ottica di coevoluzione e di mutua valorizzazione delle professioni.
 
Questo è l’obiettivo al quale tendere per la ricostruzione di un’intera categoria, compatibilmente con la carenza non solo d’organico ma soprattutto di idee con cui ci scontriamo tutti i giorni.
 
Ci troviamo ad operare in un epoca di vacche magre perciò bisogna imparare dai contadini che alla carestia rispondevano con l’unica saggezza epica di cui disponevano: seminare.
 
Ricominciare a seminare per ricreare la speranza nel futuro.Seminare trasversalmente una nuova cultura tra tutti gli organi di rappresentanza condividendo un progetto di emancipazione della professione tramite un programma di evoluzione politico/culturale a medio/lungo termine.
 
Una nuova cultura imperniata su nuovi concetti, un nuovo linguaggio capace di immaginare e creare una nuova realtà: approccio multidisciplinare, co-evoluzione, interdipendenza tra le professioni, autonomia e responsabilità declinate in nuove forme di cooperazione.
 
Attorno a questi valori, deve strutturarsi anche un progetto riformatore dell’intero SSN, necessario per ricontestualizzare l’ art. 32 della Costituzione, calpestata dai vincoli economici imposti dai Trattati Europei.
 
Il futuro ci vuole pronti per divenire i veri protagonisti nel panorama sanitario del nostro paese, non possiamo farci trovare impreparati.
 
Un altro futuro è possibile solo se lo pensiamo e se lo vogliamo davvero! Ma attenzione! Se chiediamo un cambiamento di sistema, urge prima di tutto un cambiamento interno ad ognuno di noi poiché i primi avversari siamo noi stessi: disillusi, disuniti, guerrafondai, trincerati nelle nostre abitudini invarianti.
 
Se riusciamo ad abbattere questo muro intriso di paure, incertezze, invidie, avremo la strada spianata per costruire insieme a tutti gli attori della sanità, un futuro migliore!
 
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14 novembre 2019
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