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Stranezze: gli “Obiettivi di Piano” senza un “Piano”

30 NOV - Gentile Direttore,
è stata riportata su QS la notizia che in sede di Conferenza Stato-Regioni si sta provvedendo alla approvazione sia dei criteri di riparto del fondo per i cosiddetti “Obiettivi di piano” che le linee progettuali ammesse al finanziamento con lo stesso.
 
Questo degli Obiettivi di Piano è un argomento per addetti ai lavori le cui implicazioni e le cui potenzialità meritano alcune riflessioni e – a mio parere - una correzione di tiro. Già dal nome, “Obiettivi di Piano”, ci sarebbe da fermarsi a ragionare. Sì perché la dizione estesa sarebbe “Obiettivi di Piano Sanitario Nazionale”, quel Piano  la cui ultima edizione è quella 2006-2008. Quello - potremmo aggiungere – di cui nemmeno si parla più.
 
L’idea di un fondo dedicato a specifici obiettivi da privilegiare nell’ambito delle linee di indirizzo dei Piano Sanitari Regionali nasce con la Finanziaria 1997 del 23 dicembre 1996, Legge n. 662, articoli 1, comma 4, che così recita:  “Il CIPE,  su  proposta  del  Ministro  della  sanità,  d'intesa  con la Conferenza  permanente  per  i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province  autonome  di  Trento e di Bolzano, può vincolare quote del Fondo  sanitario  nazionale alla realizzazione di specifici obiettivi del  Piano  sanitario  nazionale,  con priorità per i progetti sulla tutela  della  salute  materno-infantile, della salute mentale, della salute degli anziani nonché per quelli finalizzati alla prevenzione, e   in   particolare  alla  prevenzione  delle  malattie  ereditarie”.

 
Quelli erano gli anni del primo Piano Sanitario Nazionale, come si ricava dalla pagina dedicata del Ministero della Salute.
 
Nel DL 35 del’8 aprile 2013 in pratica si conferma questa linea di finanziamento visto che si introduce solo una piccola modifica al dettato della Finanziaria 1997, modifica che prevede che “A decorrere dall'anno 2013, il predetto acconto del 70 per cento è erogato a seguito dell'intervenuta intesa, in sede di Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano, sulla ripartizione delle predette quote vincolate per il perseguimento degli obiettivi di carattere prioritario e di rilievo nazionale indicati nel Piano sanitario nazionale”. Peccato che di Piani Sanitari Nazionali non ce ne siano stati più. Ma quel finanziamento è rimasto (il piccolo mistero).
 
E adesso vediamo perché si tratta di una grande occasione persa. Ricordiamo l’entità del finanziamento, innanzitutto. Si tratta di un fondo annuale dell’importo di circa un miliardo e mezzo di euro, di cui poco più di 1 miliardo di euro destinato alle Regioni per il perseguimento di obiettivi qualificanti di sistema attraverso specifici progetti su linee di intervento approvate in sede di Conferenza.
 
Questo miliardo è quello che qui ci interessa. Il riparto avviene in base ad una quota d’accesso per Regione in base alla popolazione residente e di fatto corrisponde ad un fondo che integra il riparto per i LEA, ma con una specifica  destinazione d’uso.E cioè i progetti mirati agli obiettivi di quel Piano che non c’è più.
 
Anche se il Piano non c’è più le linee progettuali da perseguire vengono comunque annualmente stabilite e rimangono di grande interesse, come si vede  dalle cinque linee progettuali su cui la Commissione Salute  ha  espresso anche quest’anno (in continuità con quelle del 2018) parere favorevole:
 
1. percorso diagnostico terapeutico condiviso e personalizzato per pazienti con multicronicità;
2. promozione dell'equità in ambito sanitario;
3. costituzione e implementazione della rete della terapia del dolore e sviluppo delle cure palliative e della terapia del dolore in area pediatrica;
4. Piano nazionale prevenzione e supporto al Piano nazionale prevenzione;
 5. la tecnologia  sanitaria  innovativa  come  strumento  di integrazione ospedale territorio.
 
Di fatto cosa rischia però di avvenire (ed avviene) col fondo destinato a queste linee progettuali? Essendo il finanziamento a ciascuna Regione più o meno sempre dello stesso importo e essendo le linee progettuali approvate ogni anno più o meno sempre le stesse, questo fondo rischia di finire nel “brodo primordiale” del finanziamento regionale alle Aziende tenute poi  a rendicontarlo come se fosse gestito con modalità progettuali.
 
Ma questa ricostruzione ex post di un progetto  se soddisfa formalmente gli aspetti di rendicontazione economica non fornisce alcun contributo in termini di risultati progettuali a livello  del Servizio Sanitario Nazionale.
 
Tanto è vero che nel sito del Ministero compare c’è sì una pagina sugli Obiettivi di Piano, ma purtroppo è praticamente vuota e non compare nulla sui risultati di questi progetti. Peccato perché ognuno dei progetti presentati dalle Regioni dovrebbe prevedere obiettivi, tempi ed indicatori e in sede di rendicontazione una relazione sui risultati ottenuti (condizione per accedere al 30% escluso dall’anticipo).
 
E dal momento che le linee progettuali sono davvero mirate ad obiettivi prioritari e di interesse nazionale la mancata condivisione delle esperienze delle varie Regioni colpisce e fa parlare di grande occasione persa.
 
Il fondo per gli obiettivi di Piano è parte di fatto del fondo LEA e quindi va mantenuto in capo alle Regioni, ci mancherebbe altro. Così com’è definito e gestito sembra però essersi allontanato molto dalla (buona) idea iniziale. Come sempre avviene, quando arriva un nuovo Ministro della Salute si cerca sempre qualche nuova buona idea. E di quelle buone vecchie che ci facciamo?
 
Claudio Maffei
Medico in pensione già Direttore Sanitario dell’Azienda Ospedaliera Umberto I di Ancona, della ASL 3 di Fano e dell'IRCCS INRCA di Ancona

 
 

30 novembre 2019
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