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Il patto di rifioritura

02 DIC - Gentile Direttore,
ero presente il giorno in cui Paolo Cendon ha coniato l’espressione “patto di rifioritura”. Si era a Roma ed io diedi voce ai versi di Salvatore Quasimodo contenuti nella sua poesia Specchio. La lirica è la metafora dell’impossibile che si realizza, della eventualità, cioè, che su di un tronco spezzato e dato per morto o morituro si rompano delle gemme, che questo rinverdisca.
 
La metafora permette di lavorare intorno alla fragilità tutta, non solo intorno ad alcune fragilità, accettando la sfida della complessità, non accontentandosi di rispondere alle limitazioni più facili da trattare. E come aiuta?
 
Intanto permette di avere fede nell’altro, anche nell’altro che appare senza speranze. Questa fede è il motore del vero aiuto, quello che non passivizza il fragile, che non lo fa sentire figlio di un dio minore, che non lo iberna in una diversità implacabile, che non lo confina in una posizione di attesa e di rivendicazione dei suoi diritti, facendogli dimenticare, ad esempio, i doveri. La fede nella forza potenziale dei fragili è quanto permette di ringraziarli in anticipo dell’esempio che forniranno riscattandosi e diventando autonomi, se non sostenendo chi li sostenne.

 
E così avremo più chiaro che certe fragilità sono fondamentalmente situazionali, quelle più semplici da affrontare -basta in tali casi rimuovere gli ostacoli perché si rompano le gemme della emancipazione-; che altre fragilità hanno una causa esterna e sarà utile allora segnalarla, denunciarla, se del caso, e rimuoverla; altre sono strutturali, proprie di chi ne porta il fardello, e lì occorrerà lavorare con pazienza e consapevolezza anche professionale.
 
Quando parlai a Roma e utilizzai la composizione Specchio, un rischio avevo in mente: poteva accadere che, nel mettersi al servizio della emancipazione dei fragili dalla fragilità, Diritti in Movimento - il sodalizio fondato da Paolo Cendon per affrontare questi temi - dimenticasse i falsi forti, coloro che, per loro debolezza intrinseca, fondamentalmente psichica, soffrono e fanno soffrire, coloro che compiono gesti estremi, non importa se auto o eterolesivi, e soprattutto mostrano alla umanità, stando alle parole di Friedrich Schelling, quanto dovrebbe rimanere nascosto.
 
Lo fanno per il tramite della follia che li attraversa e che ci abita tutti. Essi mettono a nudo la nostra fondamentale fragilità e, per dirla con Thomas Browne - medico ai tempi in cui la conoscenza del dottore era decisamente più ricca e aperta alla interdisciplinarità dei saperi -, la nostra transgressive infirmity, la nostra malattia trasgressiva.
 
Al fine di prendersene cura serve che le professioni sanitarie e giudiziarie insieme imparino a declinare la gentle coercion, la coazione gentile, la medesima che impedisce di chiudere gli occhi o di restare imbambolati di fronte a certe sofferenze. Si tratta della imposizione generosa caratterizzata dall’essere assolutamente necessaria, individualizzata e progettuale, somministrata umanamente, gentilmente, fraternamente direi, e sottoposta a un reciproco controllo interdisciplinare.
 
Non c’è lo spazio qui per una disamina attuale di questo pensiero, legata alla visione del film Joker, una pellicola che potrebbe renderci tutti migliori. Dico nondimeno “ripartiamo da Joker” per affrontare il tema della fragilità, per comprendere come il tronco piegato sul botro, che pareva già morto, possa riprendere vita.
 
Ci accorgeremo che, le figure di riferimento e i professionisti intervenuti nella vita di soggetti quale è l’interprete della citata pellicola, sono di una agghiacciante gentilezza, talora, o di una detestabile indifferenza, complessivamente di una colpevole accidia.
 
Ripartiamo da lui e da Gwynplaine, il protagonista de L’homme qui rit, la straordinaria opera di Victor Hugo, il resiliente suicida, figlio della invidia e cioè di un io feroce, perché non possiamo abbandonare questi resti di una umanità che ci rende fratelli a un destino senza speranza.
 
Non vogliamo che nel silenzio tale sofferenza vilipesa scomponga una dei più importanti miti condivisi: la giustizia. Joker ce lo raccomanda: quando metti un “matto solitario” come me con un mondo che si disinteressa a lui, cosa può accadere se non la rovina di Gotham City, il contagio della follia che dilaga? A sua volta Gwymplaine è il resiliente che si uccide gettandosi da una nave nel mare di notte.
 
Non amiamo neppure essere partecipi di un simile assordante silenzio, ben descritto dal gigantesco romanziere: “La notte era fitta e sorda, l’acqua era profonda. S’inabissò. Scomparve con una cupa calma. Nessuno vide né udì nulla. La nave continuò a navigare e il fiume a scorrere”.
 
Non è il caso di coltivare accidia e indifferenza, restare sordi e muti, se si intende essere professioni dell’aiuto e se addirittura ci si batte per dare ai principi etici un volto moderno e flessibile, non è proprio il caso.
 
Gemma Brandi
Psichiatra psicoanalista

02 dicembre 2019
© Riproduzione riservata


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