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Contratto value based per i medici? No, grazie

03 DIC - Gentile Direttore,
ho letto con grande attenzione ed interesse la riflessione della della dr.ssa Frittelli che pone in relazione il nuovo CCNL 2016-2018 della Dirigenza Sanitaria con le problematiche organizzative e cliniche del SSN ed in particolare della sanità pubblica.
 
La prima riflessione della dr.ssa Frittelli, che meriterebbe un approfondimento della cornice concettuale entro cui vengono a maturare le sue argomentazioni, riguarda la lassità del nesso logico fra la strutturazione degli incarichi professionali e gestionali ed il collegamento con i modelli organizzativi che discendono dalle esigenze di sostenibilità.
 
Cosa significa? Che gli incarichi professionali e/o gestionali non sono economicamente sostenibili? Mi permetto di dissentire in maniera radicale in quanto il fondo di posizione che finanzia gli incarichi professionali e gestionali è all’incirca fra il 6 e 8% del monte salari e ne rappresenta una parte integrante, per cui non è pensabile che questa quota marginale dello stipendio non possa essere sostenuta dal monte salari di una qualsiasi azienda sanitaria. Mi chiedo e vorrei chiedere: ma a quanto pensa debba corrispondere lo stipendio di un dirigente sanitario di una ASL?

 
Meriterebbe un approfondimento dottrinario l’affermazione secondo la quale il mutato scenario epidemiologico e demografico dovrebbe essere in conflitto con la struttura degli incarichi dirigenziali. Ma perché? Sulla base di quale evidenza tecnico-scientifica? Vorremmo conoscere il modello concettuale di riferimento per poter meglio comprendere queste affermazioni. Fra l’altro è stato il governo Italiano, che ben conosceva la situazione epidemiologico-demografica del paese, a falcidiare ospedali e annessi incarichi direzionali, gestionali e professionali con il Decreto Ministeriale 70 del 2015.
 
L’affermazione successiva nel  4° periodo del contributo, è parimenti incomprensibile. Perché questa logica organizzativa ha comportato aumento dei costi e frammentazione del percorso diagnostico-terapeutico, se l’obiettivo del DM 70/2015 era quello della razionalizzazione delle risorse e delle spese del personale?
 
Perché non si tiene conto nella argomentazione, del tassativo divieto, per le numerose regioni in piano di rientro dal debito, di incrementare le dotazioni organiche? I costi del personale sono stati bloccati con un tetto pre-costituito degli addendi fissi che costituiscono i fondi di posizione, di risultato e del disagio medico e sanitario delle aziende sanitarie. Il percorso diagnostico terapeutico non dipende dalla strutturazione di strutture e funzioni, ma discende da argomentazioni tecnico-scientifiche basate su evidenze epidemiologiche, sui relativi “costi” sostenuti e dallo sviluppo della medicina evidence based  nonché dalla sua implementazione nella pratica clinica. Si confondono le cause con gli effetti.
 
 Non appare logica l’idea che una modalità di retribuzione del lavoro attraverso incarichi di complessità crescente, debba confliggere con l’assistenza al paziente e con la qualità tecnica dei dirigenti sanitari (che include i veterinari fra l’altro). Al contrario il premio del merito e della qualità tecnica individuale del dirigente, non può che migliorare la qualità assistenziale.
 
Trovo infine prematura e parziale l’applicazione di un modello di management come il Value Based Management (VBM), che in realtà è una strategia gestionale e non un paradigma clinico applicabile ai contesti organizzativi trasversali sanitari.
 
Fra l’altro segnalo che la VBM è una strategia economica il cui obiettivo è la creazione di valore, ma in sanità ci si occupa di diagnosi, cura assistenza e riabilitazione, per puro e semplice mandato costituzionale, che ci siano o no le risorse! Pertanto anche la mancata configurazione degli incarichi per processi in un contesto dottrinario e sanitario precario e con tante regioni in piano di rientro, appare una labile panacea, che necessita di essere inserita in una cornice di riferimento sanitario-legislativo istituzionale piuttosto che aziendale. Lamento inoltre che non viene neanche spiegato cosa sia un incarico per processo, visto che l’organizzazione del lavoro in una ASL è articolata in ragione degli adempimenti LEA, delle liste di attesa, e degli obblighi di legge che ne conseguono.
 
Ritengo infine inaccettabile l’affermazione che riporto testualmente “Ne è conferma il fatto che il contratto di lavoro deve riportare la sede e l’unità operativa, quasi volesse eliminare in radice la possibilità di utilizzo condiviso di risorse funzionale ad una organizzazione per processi”. Mi domando: cosa disturba l’estensore dell’articolo sul lavoro di medici e sanitari delle ASL? Dove dovremmo avere la sede di lavoro? In auto? O davanti ad un PC?. E tanto per capire; in caso di più sedi lavorative, come le dovremmo raggiungere con mezzi propri o con mezzi aziendali? E i tempi di percorrenza verrebbero calcolati sulla timbratura della usuale sede di lavoro o sulle altre eventuali sedi? Ancora:  un veterinario dove dovrebbe lavorare nei mattatoi e nei mercati di sanità animale con telecamere in remoto? Mi chiedo ancora se un dirigente di laboratorio, che lavora su specifiche attrezzature di grande complessità, come vedrebbe articolato un lavoro per processi. E i chirurghi? Li facciamo spostare da una parte all’altra della ASL quando non riescono neanche ad andare in ferie per le carenze di personale?
 
Questo disprezzo della classe dirigente sanitaria che viene massificata a semplice forza lavoro “da raccolta del cotone” è semplicemente una vergogna e indigna tutta la dirigenza che nel bene e nel male garantisce la sanità a tutti i cittadini, ovunque, ogni giorno e a tutte le ore.
 
Dr. Vittorio Di Michele
Consigliere nazionale ANAAO

03 dicembre 2019
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