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Perché non amo la lettera aperta del Dottor Pizza

07 GEN - Gentile Direttore,
la verbosa reprimenda del presidente Pizza nei confronti di tutti (meno uno) che con lui sono in disaccordo mi ha lasciato, non lo nascondo, una sensazione di profondo disappunto; un fastidio che voglio esprimere per marcare la mia estraneità dal modo di rappresentare, nella sua lettera aperta, la professione e il ruolo istituzionale da lui rivestito.
 
Chi ha responsabilità istituzionale dovrebbe mantenere un riserbo e una misura che sono l’esatto contrario di quella iperbolica glorificazione del sé fatta dal presidente Pizza.
 
Non amo chi, occupando ruoli su delega altrui, si racconta, si cita, si loda e quindi deborda. Ancora meno amo chi , in mancanza di argomenti,  chiama a propria difesa le opinioni di liberi pensatori (peraltro non medici) che sono in diritto, come ogni cittadino chiunque, di esprimere le proprie idee ma che non possono essere considerati i portatori di una verità incontrovertibile e auto evidente per tutti.
 
Un presidente, al contrario del dott. Pizza, dovrebbe avere una sua autonomia di giudizio e di condotta di cui si assume la responsabilità solo ed esclusivamente nei confronti di coloro (i medici iscritti agli ordini) che con i loro versamenti tengono in piedi gli organi di rappresentanza da cui scaturisce l’incarico conferito pro-tempore allo stesso presidente Pizza.

 
Mostrarsi in una posizione di sudditanza e deferenza verso elaborazioni altrui è un segno di debolezza intellettuale che non fa certo onore a una professione che, per superare la crisi da cui da anni si dibatte, deve mobilitare le proprie risorse senza ricorrere a un eristico guru a partita IVA che con un linguaggio esoterico e confuso dice tutto e il contrario di turno pur di restare su una scena sempre meno partecipata.
 
Le comunicazioni del Dott Pizza dovrebbero limitarsi all’hic et nunc senza voli pindarici perché se vuole aggiungersi alla lunga schiera dei tuttologi che su tutto discettano forse sarebbe meglio dismettere l’abito presidenziale e gettarsi nella mischia senza paracaduti e coperture istituzionali
 
Della lunga giaculatoria del Dott. Pizza non amo inoltre la chiamata a sua difesa che fa del Presidente Anelli che non mi pare nel passato abbia condiviso le posizioni sostenute dal Dott. Pizza.
 
Anzi, se non ricordo male, l’illustre commentatore delle vicende mediche, già evocato, ebbe a scrivere proprio su QS del perché lui fosse d’accordo con Pizza e non con Anelli sempre in relazione alla vicenda Venturi
 
Non amo dunque chi chiama a sua difesa il vertice della FNOMCeO solo per legittimare delle posizioni antistoriche e scientificamente indifendibili che sono state severamente smentite da chi del giudizio ha la legittimità e la competenza esclusiva, la magistratura.
 
Posizioni peraltro sostenute solo dalla parte più retriva della professione e talmente irragionevoli da evidenziare una profonda lontananza dalla realtà clinica di tutti giorni che forse i vertici ordinistici di Bologna stentano a conoscere
 
Posizioni in aperto contrasto anche con quanto perseguito da molte società scientifiche e, per fare un esempio concreto, cito la gestione dell’anafilassi in ambiente scolastico dove l’obiettivo dichiarato dalle stesse associazioni professionali è che sia la maestra o il preside dell’istituto a somministrare l’adrenalina al bambino con sospetta reazione sistemica
 
Come è dunque possibile chiedere al personale della scuola di assumersi una responsabilità che si vuole negare a quegli infermieri che dell’emergenza hanno fatto la propria professione e che, diciamolo, spesso ne sanno molto di più di medici che svolgono attività esclusivamente ambulatoriale?
 
Non amo dunque chi racconta una verità tagliata a misura sulla propria smisurata egolatria, ma ancora di meno amo chi ritiene di imporre la propria morale agli altri anche quando ha palesemente sbagliato. Servirebbe al contrario un passo indietro dalla carica e in mancanza di questo almeno una professione di umiltà con una buona dose di autocritica per avere condotto un ordine professionale a una ignominiosa sconfitta.
 
Una sconfitta inoltre che avviene per avere radiato dalla professione un collega a cui la giustizia (quelle vera) ha restituito un onore ingiustamente calpestato e infangato proprio da chi ne avrebbe dovuto difendere, come un bene prezioso, il decoro.
 
Il dott. Pizza ha un linguaggio forbito ma io non amo chi usa parole antiche per darsi un’aria di fine letterato; un ruolo che lascerei a quei pochi topi di biblioteca (onore al Prof Luciano Canfora) che hanno passato una vita a studiare la filologia classica e non a mettere all’indice i comportamenti altrui ergendosi a giudici inflessibili in nome e per conto di chi non si sa.
 
E infine non amo chi ringrazia i direttori di giornali perché senza volerlo reca un torto a chi si limita a dare la parola a tutti quelli che hanno qualcosa da dire e che deve mantenere una posizione che favorisce il dibattito o esprimere le proprie opinioni senza peccare di faziosità.
 
Il Dott. Pizza si erge a difensore della professione, ma non si rende conto che così dà ragione a chi ci accusa di volere negare agli altri un proprio spazio professionale; uno spazio che non può più essere quello di tipo ausiliario di vecchia memoria.
 
La crisi della professione è profonda ma i medici, attraverso i loro organi di vertice, hanno largamente contribuito a questo risultato anteponendo spesso il proprio destino personale, con inevitabile approdo sui banchi del Parlamento, a quello dei comuni colleghi che ogni giorno prestano assistenza, subendo il progressivo degrado del loro ambiente di lavoro.
 
Una crisi di credibilità verso gli organi di vertice testimoniata dalla scarsissima partecipazione dei medici a tutti gli eventi finora messi in campo. L’esatto contrario di quello che avviene per il personale infermieristico dove sempre si registra un intenso coinvolgimento alle iniziative dei loro organi di rappresentanza.
 
Bisognerebbe dunque voltare pagina rilanciando l’idea di una medicina inclusiva che accetta la sfida degli altri saperi e che si concentri di più su modelli di cura integrati e sulla condivisione delle competenze. Una medicina umanista cha guardi al futuro e che sia in grado di risvegliare l’orgoglio perduto di chi ha l’onere e l’onore di offrire, insieme con gli altri, una nuova chance ai tanti malati che senza una buona medicina non avrebbero futuro
 
Roberto Polillo

07 gennaio 2020
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