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La variabilità prescrittiva si contrasta con la formazione

23 GEN - Gentile Direttore,
la disponibilità di dati sempre più mirati sulle prestazioni e le performance sanitarie – nonché anche ovviamente sugli esiti delle cure – mette in evidenza un sistema sanitario a macchia di leopardo. Tra le fonti più autorevoli, il Rapporto OsMed 2018 sull’uso dei farmaci ha mostrato evidenti differenze regionali. Emerge che il ricorso ai farmaci generici, ad esempio, ha un gradiente diverso da Nord a Sud. E il problema si nota ancora di più se prendiamo in considerazione il Rapporto OsMed 2018 relativo all’utilizzo degli antibiotici: il consumo continua a essere superiore alla media europea e con grande variabilità a seconda delle regioni. Ciò che influisce non sono solo le attitudini prescrittive dei medici, ma anche le differenze socio-demografiche e culturali dei diversi contesti geografici.

Ancora, se il dato sulle prescrizioni inappropriate è preoccupante, dal momento che il 30% delle prescrizioni risultano apparentemente non giustificate, preoccupa ancora di più il fatto che il livello di inappropriatezza sia molto maggiore al Sud e nelle Isole. Non è da sottovalutare, poi, che la variabilità clinica rappresenta un costo notevole per le aziende sanitarie. Secondo uno studio del 2017 condotto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, gli errori medici sono responsabili di circa l’1% della spesa sanitaria globale, su un valore complessivo di circa 42 miliardi di dollari. [1].


Dunque, un problema non secondario per le amministrazioni – oltre che per i cittadini che si vedono proporre un servizio sanitario che non è in grado di rispettare i criteri di equità e uguaglianza a livello locale – e che inizia ad attrarre l’attenzione degli assessorati regionali. Nella Regione Lazio, per esempio, come già sottolineato qualche mese fa sempre su Quotidiano sanità, le prescrizioni di diverse classi di farmaci variano enormemente a seconda che il medico prescrittore abiti in uno dei quartieri più “virtuosi” di Roma o se, al contrario, sia residente in una delle provincie meno attente all’appropriatezza prescrittiva. Come contrastare la variabilità prescrittiva? Fornire ai clinici dei riferimenti validati, basati su evidenze scientifiche, può essere una chiave, soprattutto in attesa che prenda compiutamente forma il sistema nazionale linee guida, ancora carente nell’offerta di contenuti utilizzabili dai professionisti.

Diverse Regioni – dalla Lombardia al Piemonte – e Provincie autonome come quella di Bolzano hanno da tempo costruito delle vere e proprie biblioteche online che offrono al personale sanitario un’ampia selezione di riviste internazionali e l’accesso ai cosiddetti point-of-care tool, strumenti di consultazione “al bisogno” qualificati e affidabili.

A questo proposito, a luglio 2019 la Regione Toscana ha iniziato a garantire alle tre aziende sanitarie locali e all’Azienda Ospedaliero-Universitaria Careggi uno strumento molto noto e utilizzato a livello internazionale: UpToDate. Si tratta di un sistema di supporto decisionale in campo clinico basato su prove di efficacia e curato nei contenuti da un team di medici esperti, consultabile sia sullo smartphone, e quindi in modo rapido, direttamente in corsia, sia, ovviamente, su computer o palmare. “In Toscana vi sono numerose esperienze che vanno in questa direzione e che hanno determinato un più omogeneo utilizzo delle risorse, specie diagnostiche”, afferma Carlo Tomassini, direttore della direzione Diritti di cittadinanza e coesione sociale della Regione Toscana. “Questo è stato raggiunto sia con strumenti quali UpToDate che offrono al prescrittore elementi di evidenza rispetto alla situazione clinica sia attraverso una migliore comunicazione fra professionisti all’interno del sistema regionale per evitare duplicazione di esami”.

In anni in cui sembra che linee guida ed evidenze rappresentino soprattutto una costrizione per il professionista sanitario, richiamarsi alle prove che derivano dalla migliore ricerca può essere invece il percorso più indicato per limitare la variabilità clinica e migliorare la qualità delle cure. “Le prove e le evidenze cliniche rappresentano sempre la base di lavoro più sicura, anche se ancora oggi sono presenti in una quota minoritaria delle situazioni cliniche”, continua Tomassini. “In un periodo in cui anche il paziente ha facile accesso al mondo dell’informazione, e al conseguente pericolo di attingere a informazioni errate, poter disporre di elementi sicuri, accreditati e moderni realizza l’unica contromisura per poter dare valore all’incontro tra medico e paziente”.

Anche Gian Franco Gensini, Presidente della Società Italiana per la salute digitale e la Telemedicina (SIT), la pensa allo stesso modo. “Sono convinto che si tratti di uno degli strumenti più potenti perché offre al professionista i riferimenti più adeguati per conoscere quello che la letteratura medico-scientifica accreditata propone come approccio al problema che si ha di fronte. Naturalmente non si può eliminare la variabilità individuale, il clinico deve interpretare e applicare le linee guida nel modo più adatto al singolo paziente, ma la disponibilità di prove è una partenza necessaria”.

L’importante, spiega Vania Sabatini, responsabile del centro operativo di coordinamento del Network bibliotecario sanitario toscano, è non far cadere dall’alto una scelta del genere. “Il primo passo è stato l’esecuzione di un trial durato un’intera estate, seguito da un questionario per misurare la soddisfazione dei professionisti.” Dunque, anche il governo della formazione può diventare un’opportunità per sensibilizzare il personale sanitario sui grandi temi della sanità pubblica e per aumentare la coesione del Sistema.

Rebecca De Fiore
Giornalista

 
[1] https://www.who.int/en/news-room/detail/29-03-2017-who-launches-global-effort-to-halve-medication-related-errors-in-5-years

23 gennaio 2020
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