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Coronavirus. Qualche consiglio in più per prevenire l’infezione

27 GEN - Gentile Direttore,
come è noto, i coronavirus sono virus respiratori che possono causare malattie lievi e moderate, compresi molti comuni raffreddori. Alcuni coronavirus animali, però, hanno fatto un salto di specie, trasmettendosi anche all’uomo e causando gravi malattie.
 
Dopo la SARS nel 2002 (~8.100 casi e quasi il 10% di morti) e la MERS del 2012 (~2.500 casi e 35% di morti), nel dicembre 2019 un terzo coronavirus è emerso da riserve animali innescando questa minacciosa epidemia, anche se per ora con letalità minore: un po’ meno del 3% dei malati. Gli infettati però sembrano più di quanto accertato, anche perché infezioni lievi o asintomatiche possono non essere rilevate.
 
L’Istituto Superiore di Sanità ha diffuso un Vademecum, subito riportato anche da QS, in cui ricorda in modo opportuno che le infezioni da coronavirus comuni danno in genere sintomi alle vie respiratorie superiori aguarigione spontanea.Tuttavia si può ridurre il rischio di infezione, proteggendo se stessi e gli altri, con alcuni accorgimenti. A quelli elencati suggerirei qualche contributo migliorativo.

 
Un rilievo minore riguarda il consiglio di “evitare… le bevande non imbottigliate”. Meglio specificare che la raccomandazione vale per paesi con condizioni igieniche carenti. In Italia il problema non dovrebbe sussistere, e l’ISS non intendeva certo dare un assist al consumo di acque imbottigliate in plastica (di cui l’Italia è il secondo consumatore al mondo dopo l’Arabia Saudita!). Non c’è dubbio che in Italia l’acqua potabile d’acquedotto sia di norma la soluzione più economica, sicura per la salute e la migliore per l’ambiente.
 
Un rilievo maggiore riguarda il primo consiglio: “lavarsi spesso le mani con acqua e sapone per almeno 20 secondi…”. Il problema sono i rubinetti. Supponiamo che ad es. un ragazzino a scuola o un adulto in una comunità lavorativa siano portatori di un’infezione a trasmissione respiratoria od orofecale. Spesso, almeno prima di andare in mensa, seguono il consiglio delle istituzioni sanitarie e si lavano le mani, a maggior ragione dopo aver soffiato il naso o usato la toilette.
 
Aprendo il rubinetto, vi depositano i propri germi. Dopo 20 secondi di diligente lavaggio con sapone e risciacquo lo chiudono, riprendendosi i propri germi. Ma soprattutto li lasciano a disposizione di chi vi accede subito dopo, che per paradosso può raccogliere l’infezione proprio attuando una misura “preventiva”.
 
L’alternativa potrebbe essere quanto, nella mia esperienza dal 1977 al 1983 come Ufficiale sanitario di Tradate, avevo previsto per i nuovi servizi igienici aperti al pubblico e per gli esercizi di alimentaristi: un comando di erogazione dell’acqua a scelta tra gomito (più economico), pedale (o anche ginocchio, o fotocellula). «… chi si lava le mani dopo la minzione o defecazione lascia tracce di materia organica con relativa carica microbica sul rubinetto… Se il lavandino serve a più persone, la contaminazione prosegue a catena e salmonelle, shigelle, virus dell’epatite [e coronavirus!]… possono circolare nella comunità anche per un solo portatore che deponga materiale infetto sui rubinetti.
 
Questa catena dell’infezione si può interrompere con dispositivi di erogazione d’acqua non manuali, in modo ben più efficace delle “ripetute disinfezioni di oggetti e superfici che possono essere state contaminate” (nello specifico i rubinetti). Alcuni di questi dispositivi, applicati in prima installazione del lavandino, possono risultare anche più economici dei rubinetti… Tali provvedimenti dovrebbero essere doverosi nelle collettività…» (Donzelli A. Quali controlli sugli alimentaristi? Sapere 1979;817:84-89). Dopo 41 anni l’allarme per una possibile epidemia potrebbe essere l’occasione per diffondere questa misura di buon senso, almeno per le nuove installazioni.
 
Tra l’altro, la presenza nelle scuole di almeno alcuni di questi dispositivi (e di erogatori di sapone al posto delle saponette) sarebbe utile anche per tutelare meglio eventuali soggetti immunocompromessi, che potrebbero accedere in sicurezza ai servizi.
 
Un altro importante miglioramento riguarda il consiglio finale: “È possibile alleviare i sintomi assumendo farmaci per i dolori muscolari, articolari e la febbre”, che non corregge una credenza errata diffusa. Nel ricordare che non esiste un vaccino (per questa come per la stragrande maggioranza delle malattie infettive) e che contro i virus, compreso ovviamente il coronavirus, gli antibiotici non servono e sono di regola dannosi, non si coglie l’occasione per ricordare che invece la febbre è uno dei più efficaci meccanismi di difesa dell’organismo contro le infezioni!
 
È una reazione comune a tutti gli uomini e agli animali superiori, che la selezione naturale ha mantenuto nel corso di milioni di anni di evoluzione proprio per il suo valore. Infatti un aumento di temperatura da 37° a 38°C può ridurre la moltiplicazione dei virus di oltre il 90%, e per la maggior parte di loro un ulteriore aumento arresta del tutto la moltiplicazione.
 
Temperature di oltre 39°C che durino abbastanza a lungo bloccano anche i virus più virulenti.
La febbre, con poche eccezioni, facilita la guarigione anche nelle infezioni da batteri, perché esalta l’efficienza di tutti i componenti del sistema immunitario.
 
Il paziente informato e che riesce a sopportarla senza troppi problemi dovrebbe valorizzare il ruolo difensivo naturale della febbre. In assenza di specifiche prove differenti, non c’è motivo di privarsi del suo aiuto anche per infezioni da coronavirus. Oltretutto la soppressione della febbre con antipiretici/antinfiammatori facilita la trasmissione di comuni infezioni: ad es. vi è chi ha calcolato che nell’influenza stagionale gli antipiretici possono aumentare del 5% i casi di malattia e le morti nella popolazione.
Tante altre misure concrete ed efficaci per ridurre la mortalità da infezioninon sono valorizzate dalle informazioni correnti.
 
Infine, l’occasione può essere utile (alla salute e all’ambiente) per invitare a ridurre i consumi di carne, a partire da quella proveniente da allevamenti intensivi, magari partendo dal sostegno alla campagna in atto in 24 paesi europei per metter fine all’era delle gabbie (End the Cage Age) negli allevamenti animali, che – oltre a sofferenze indicibili – possono creare condizioni favorevoli a epidemie con salti di specie.
 
Dott. Alberto Donzelli 
Specialista in Igiene e Medicina Preventiva, Comitato scientifico della Fondazione Allineare Sanità e Salute

27 gennaio 2020
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