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Mascherine sì o no? E quali? C’è ancora troppa confusione

18 MAR - Gentile Direttore,
sull’uso delle mascherine chirurgiche in relazione al COVID19, circolano in Italia molte indicazioni tra loro contraddittorie, forse generate a partire dai documenti del sito dell’Organizzazione Mondiale della Sanità in merito Queste discrepanze sono state  sottolineata anche in un recente articolo del BMJ. Da tutti viene ribadito che le mascherine chirurgiche sono molto utili per non disseminare la malattia ed infettare gli altri. E’ lo stesso razionale dell’uso di esse da parte dei chirurghi quando operano. Quindi tutto ok.
 
Come secondo messaggio alla popolazione viene detto che le mascherine chirurgiche non proteggono una persona sana dal contagiarsi se sta vicino ad una infetta, perché il filtro che esse garantiscono non è sufficientemente “stretto per fermare le goccioline più piccole”. Pertanto non sono consigliate alle persone quando sono sull’autobus per proteggersi da altre possibili persone infette.  (Ribadito anche dal Prof. Ricciardi in diverse trasmissioni televisive).

 
Tuttavia nel sito del WHO se si legge la risposta a Should I wear a mask to protect myself? https://www.who.int/news-room/q-a-detail/q-a-coronaviruses e si guarda il video (entrambi nella sezione dedicata alla popolazione), si scopre che la cosa non è poi così assoluta.
 
Ovvero viene lasciata un po’ di ambiguità perché è indicato di usare la mascherina solo se si è infetti da COVID19 per proteggere gli altri oppure se ci si deve prendere cura di una persona infettata. Quindi si presuppone che almeno un po’ possa proteggere. Viene ribadito però che una persona sana, non deve usarla nella vita quotidiana per proteggersi dal virus. (?)
 
Quando si passa a indicare come proteggere gli operatori sanitari, le mascherine chirurgiche diventano “magicamente” barriere adeguate. Tanto che nell’attuale protocollo dell’Istituto Superiore di Sanità
 di fatto derivato dal protocollo OMSsono previste quelle chirurgiche come standard di protezione per gli operatori sanitari nell’assistenza diretta a pazienti COVID19 positivi. Solo se si eseguano manovre sul paziente che generano una elevata quantità di aerosol (es. broncoaspirazione) il protocollo prevede l’uso di FFP2 o 3. Quindi la logica conclusione sarebbe che esse proteggono perché l’assistenza ad un paziente confermato positivo prevede di stargli vicino anche mentre tossisce e senza che abbia a sua volta indossato una mascherina (se ha distress respiratorio non la sopporta).
 
Questa grande contraddizione va risolta urgentemente: se proteggono il personale sanitario proteggono anche il cittadino quando va al supermercato e viceversa nel caso della non protezione.
Probabilmente la verità sta nel mezzo: meglio di niente perché impedendo almeno ai droplet più grandi di entrare si avrà una carica infettante comunque minore in contatto con l’albero respiratorio e quindi, statisticamente, si riduce la probabilità di contagio.
 
Se fosse così però i messaggi da divulgare sarebbero esattamente contrari, ovvero andrebbe detto:
- Alla popolazione di usarla nei tram, ecc. perché in questo modo la probabilità di prendere l’infezione viene ridotta (non azzerata!) ma avrebbe un valore enorme per contenere la diffusione dell’epidemia in una prospettiva di salute pubblica.
 
 - Al contrario per il personale sanitario andrebbe bandita come protezione e andrebbe indicata solo la FFP2/3 perché in questo caso l’obiettivo è di preservare la salute di ciascun singolo operatore (protezione assoluta di ogni individuo perché prezioso per il ruolo che svolge).
 
Pertanto dal momento che certamente le mascherine chirurgiche non proteggano in modo assoluto dall’infettarsi, allora è urgente mobilitarsi a livello di Ministero per modificare tutti i protocolli di protezione del personale sanitario applicati nelle Regioni basati su quanto indicato dall’Istituto Superiore di Sanità che a sua volta l’ha derivato da quello dell’OMS. In essi non viene inoltre indicato l’uso della mascherina nei setting ospedalieri dove non vi siano casi altamente sospetti o accertati. Questo punto è oramai insostenibile in Italia perché troppe volte pazienti ricoverati per altri problemi sanitari in reparti non in prima linea per l’infezione (es. ginecologia, ortopedia, ecc.)  si sono scoperti infetti dopo alcuni giorni e nel frattempo avevano già diffuso il virus a molti professionisti e altri pazienti. Il protocollo WHO indica degli standard di minima ed ogni Ministero della Salute può, in base alla propria valutazione dei rischi, elevare i livelli di protezione dei suoi operatori. E in Italia ora, è urgente farlo.
 
Claudio Beltramello
Medico specialista in Igiene è attualmente consulente e formatore nell’ambito della qualità e organizzazione dei Servizi Sanitari. In passato ha lavorato all’OMS nel Dipartimento prevenzione e controllo malattie infettive e in Africa con l’ONG CUAMM-Medici con l’Africa. 

18 marzo 2020
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