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Coronavirus. Il prima e il dopo

18 MAR - Gentile Direttore,
tutti gli italiani sono ormai prigionieri e scoprono la sofferenza di limitazioni imposte alla routine e alla fuga dalla routine. Quando ti trovi a confrontarti con una diagnosi potenzialmente mortale di cosa provi immediatamente nostalgia? Delle imposizioni noiose che disegnano le nostre giornate, tenendole dentro confini obbligati, e della sfida quotidiana alla routine cui carpire attimi di presunta libertà. La malattia distrugge con un colpo di spugna l’insopportabile quotidianità e le sue ineffabili trasgressioni, spalancando una voragine buia.
 
E d’improvviso potremmo trovarci ad invidiare i pensieri di un uomo che deve far quadrare il pranzo con la cena, i tormenti amorosi di una fanciulla che vede svanire l’interesse del partner, la fatica di una madre che rincorre i compiti domestici e la cura dei figli, dovendo conciliarli con un lavoro fuori casa. Oggi, anche coloro che malati non sono, si sentono minacciati da un potenziale contagio e solo la rinuncia alla routine permette alla collettività di ridurre il danno che, una entità vivente che ha preso ad interessarsi alle nostre cellule, potrebbe causare a molti o a moltissimi, specie ai più fragili.

 
La scoperta della prigionia, inoltre, apre alla eventualità di assaporare il vissuto della detenzione. Questa rende impossibile, ad esempio, procurarsi le piccole cose che consolidano la routine; spostarsi per entrare in contatto con altri esseri, per catturare delle viste, per collezionare esperienze note o nuove; lasciare che il nostro corpo si muova e che l’energia circoli in noi e tra di noi. La detenzione priva non solo di tali libertà modeste in apparenza, ma sostanziali per vivere. Essere reclusi rischia di assottigliare la dignità stessa della vita.
 
Come ovviare a questo pericolo esistenziale? Intanto esaminando cosa davvero valga la pena ritrovare e cosa potremmo mandare in discarica, pianificando un nuovo presente e un nuovo futuro. Dobbiamo vedere il momento attuale come una guerra per disegnare il nostro dopoguerra. Cosa di quanto c’era una volta desideriamo ritrovare e di cosa vale la pena privarci?
 
Presumibilmente non siamo disposti a perdere l’ironia e il sorriso, la qualità degli alimenti e le capacità culinarie, la inventiva e la vivacità, l’eleganza naturale e l’estro creativo, il sole, il mare, le montagne, una storia e una geografia bene assortite, i musei e le città d’arte, la varietà delle tradizioni e la quiete gentile e luminosa della provincia, le capacità diplomatiche e la raffinatezza artigianale, il clima e i colori, i pani e le paste, i tetti in coppo e tegola e le architetture di pregio, la pietas per chi soffre e una apertura al nuovo che avanza, la musica e la recitazione, l’esperienza di naviganti e la nostra dolce lingua, la socievolezza e gli abbracci che tutti conquistano. Ebbene tutto ciò è là ad attenderci, non scompare con il coronavirus. Dobbiamo solo non dimenticarlo e mantenerne viva la memoria in noi.
 
E però c’erano una volta molte cose che vorremmo cancellare: il tenace complesso di inferiorità nei riguardi del potere; l’inclinazione a cercarci un padrone e delle appartenenze, con il dilagare della corruttela che ha danneggiato e impoverito le istituzioni pubbliche; la faciloneria con cui rinunciamo ai nostri prodotti sopraffini, specie tra i nutrienti, per dare spazio a sostanze dozzinali e difettose; lo sforzo di mettere a tacere la voce interiore che ci porterebbe a salvaguardare la nostra impareggiabile geografia; la disponibilità a cedere il passo a interessi impresentabili che inquinano la terra, incattiviscono gli allevamenti, peggiorano respirazione e vitto; l’attitudine a contrabbandare per buonsenso lo spazio dato agli yesmen di comodo e a mettere la malleabilità al posto della competenza.
 
Ebbene, lavoriamo in queste settimane di sosta alla messa a punto del piano per il dopocoronavirus, pretendendo da noi stessi per primi che le qualità da proteggere siano protette e che il marcio che corrode il bene della comunità sia infine scattivato. E soprattutto troviamo una determinazione condivisa nell’impedire a coloro che hanno dato pessima prova di sé, mentre erano al comando, di ritentare. Sono numerosi gli inviti che, persone della cui correttezza non dubito, rivolgono affinché si legga questo o quel saggio di questo e quel figuro transitato per decenni di prima e seconda repubblica e oggi pronto a prendere la parola per condannare atteggiamenti che ha contribuito a diffondere. Sarebbe sbagliato concedere a Lorsignori una seconda, terza, quarta occasione.
 
Meglio non leggere quanto scrivono, anche se il contenuto sembrasse degno di nota, perché si tratta dei travestimenti del demonio, capace di criticare oggi i suoi cavalli di battaglia di ieri, ma pronto a imboccare domani quella stessa via. Pretendiamo che siano le qualità da tutelare il canovaccio del futuro piano di navigazione del Paese e che a tessere la trama del dopoguerra siano altri da quelli che ci portarono in guerra.
 
Gemma Brandi
Psichiatra psicoanalista
Esperta di Salute Mentale applicata al Diritto

 

18 marzo 2020
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