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Esercito e sanità pubblica nella “guerra” al Covid

di Sara Bordignon

08 APR - Gentile Direttore,
“guerra” è tra le parole più pronunciate della pandemia da Coronavirus (SARS-Cov-2); non solo da parte di scienziati ed organizzazioni internazionali del calibro dell’OMS, ma anche da parte di governatori regionali e membri di ogni schieramento politico, in Italia come all’estero. Quasi ogni giorno, la crisi sanitaria che il paese sta vivendo viene paragonata ad un “periodo bellico”.
 
Dalla metafora esistenziale si passa al ruolo fattuale assegnato all’esercito; i militari sono stati coinvolti in operazioni di sorveglianza, affiancamento e distribuzione di materiali sanitari. Nonostante la presenza di Protezione Civile, Polizia ed Arma dei Carabinieri, impegnate fin dai primi giorni per far fronte all’emergenza, nel nostro paese è stato chiesto anche l’intervento dei soldati.
 
Durante il mese di febbraio, quando ancora l’epidemia non spaventava l’Europa, 55 italiani di ritorno da Wuhan sono stati sottoposti a quarantena cautelativa nella cittadella militare della Cecchignola, nell’agro romano. A marzo inoltrato, mentre l’OMS dichiarava lo stato di pandemia, il governo stabiliva l’arruolamento temporaneo di 120 ufficiali medici e 200 sottufficiali infermieri per chiamata diretta. Il bando è stato chiuso anticipatamente per l’elevato numero di domande.
 
A questo si è accompagnato il tema della riconversione industriale; lo Stabilimento Chimico Farmaceutico Militare di Firenze produrrà disinfettanti per quasi 2000 litri al giorno, mentre lo stabilimento militare Spolette di Torre del Greco ha avviato la produzione di 6 milioni di mascherine. Il 24 marzo, mentre l’Onu chiedeva il cessate il fuoco per ogni conflitto planetario, la fabbrica Beretta di Brescia, cessata la produzione di armi, ha avviato la produzione di componenti per i respiratori ideati dal dottor Renato Favero.
 
Con la costruzione di cinque ospedali da campo nelle città di Cremona, Crema, Piacenza, Bastia Umbra e Bergamo, il ruolo dei militari non è solamente di ausilio o di sicurezza, ma anche di intervento sul campo medico, in collaborazione con i dipendenti del SSN di numerosi ospedali civili.
 
Il 19 marzo, la regione Campania, a mezzo del governatore De Luca, ha annunciato l’impiego di 100 unità dell’esercito per garantire il rispetto del lockdown, definendo la misura solo “una prima fase”. Lo stesso hanno fatto anche la regione Sicilia e le città di Bologna e Perugia; sarà utilizzata parte dei soldati impiegati nell’operazione Strade sicure. Il giorno seguente, il governo ha stanziato 114 unità militari in Lombardia, come da richiesta del governatore Attilio Fontana, che, pur definendo “positiva” la decisione, ha ritenuto fosse ancora “troppo poco”.
 
Il 22 marzo, Putin ha annunciato l’arrivo di aiuti in Italia a bordo di nove Ilyushin Il-76. L’operazione, chiamata “dalla Russia con amore”, ha inviato medici militari addestrati a situazioni di disastro sanitario. La settimana seguente anche gli Stati Uniti hanno agito a sostegno del nostro paese, con aiuti finanziari e con l’impiego della 405thArmy Field Support Brigade in Lombardia.
 
Il fenomeno non è solo italiano; due tra le nazioni più colpite, Stati Uniti e Spagna, fanno massiccio affidamento sull’esercito. Nei primi giorni di aprile, quando gli USA sono diventati tra i paesi più duramente colpiti, il caso della portaerei Roosevelt ha rivelato tutta la pressione a cui sono sottoposti i contingenti militari, con l’alto rischio di contagio esistente tra i soldati. In Spagna è invece compito dell’esercito sanificare le case di riposo, dove sono stati rinvenuti cadaveri e anziani in stato di abbandono.
 
Il 7 aprile, il ministro della Difesa Guerini ha definito le capacità del sistema sanitario militare fattibili di potenziamento, in quanto “preziose”. È quindi possibile delineare un ruolo preciso per l’esercito nelle politiche sanitarie di una nazione? Nonostante il suo coinvolgimento sia stato progressivo e osteggiato da diverse voci, ad oggi l’esercito diventa uno strumento chiave nell’attuazione delle misure sanitarie; non solo in Cina ma anche in tutte le democrazie occidentali. Posta la prioritaria riorganizzazione del sistema sanitario nazionale, si rende anche necessario normare il concorso della forza armata negli interventi di salute pubblica e rivalutare il ruolo della medicina militare italiana.
 
Secondo molti osservatori la metafora militare è pericolosa e ammanierata, ma è interessante analizzare come essa sia entrata velocemente nel vissuto comune. Al professor Vito Marco Ranieri, medico presso il policlinico Sant’Orsola di Bologna, si deve l’invenzione del ventilatore “multiplo”. Ranieri ha pensato un circuito doppio che permette di ossigenare due pazienti contemporaneamente anziché uno solo.
Il medico ha definito la sua invenzione salvavita una “soluzione da medicina di guerra.”
 
Sara Bordignon 
Scrittrice freelance di tematiche storico-militari, studentessa di medicina

08 aprile 2020
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