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Gli algoritmi siamo noi

di Fiorello Casi

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21 APR - Gentile Direttore,
Il 4 aprile scorso è stato pubblicato su QS un interessante commento del Dottor Claudio Agostini intitolato: “La scelta tra chi lasciar vivere e chi morire non si può basare su un algoritmo”. Il commento si impegnava in un elenco serrato di riflessioni circa il dilemma etico che sorge nella situazione in cui, a fronte di insufficienti apparati di rianimazione, si debba scegliere tra due o più pazienti ai quali fornire le cure adeguate o, forse quello ancora più drammatico, a chi negarle.
 
Le idee espresse e le prese di posizione ribadite circa le posizioni etiche, mi hanno suggerito, che possa essere utile provate ad articolare meglio il complesso rapporto, storicamente inedito a questi livelli, tra etica e nuove tecnologie.
Già, perché premetto che l’Algoritmo siamo noi.
 
Qui mi limito al concetto-oggetto di Algoritmo, indicato come al “campione” del mondo tecnologico e un importante responsabile del presunto processo di degenerazione etica.
 
La diffusione del termine algoritmo nel linguaggio corrente è molto giovane e viaggia di pari passo con altre quali, Big Data Machine Learning. Algoritmo è l’ultimo arrivato, anche se è abbastanza anzianotto; infatti è stato elaborato dal matematico filosofo Al-Khuwarizmi nella sua opera “Kitab al-hisab al-hindi”, nell’ 825 d.C.
 
Da più parti si sente parlare di Algoritmo, o algoritmi, come se questa procedura matematica, fosse un’entità autonoma, terza, dotata di una sorta di sua propria autonomia e individualità. E sarebbe il colpevole (o almeno l’unico responsabile) di tutti gli usi ed abusi che con i dati e sui dati si commettono. 
 
Ma dobbiamo sempre tenere a mente che erano i medesimi algoritmi quelli che avrebbero dovuto controllare la risposta tattica agli attacchi nucleari durante la guerra fredda, algoritmi erano e sono ancora di più oggi quelli che controllano tutti i processi industriali, finanziari e logistici; i piloti automatici sugli aerei, quelli del controllo aereo, ferroviario, quello (forse) su gomma e anche di quelli per trovare l’anima gemella. Tutti gli aspetti della nostra vita accudita dalla tecnologia sono popolati da algoritmi.
Algoritmo è un procedimento matematico, tradotto in un linguaggio comprensibile ad una macchina calcolatrice; è una macchina astratta.
 
Quindi l’intelligenza è solo umana. La macchina, con la sua attuale potenza e capacità di elaborare quantità gigantesche di dati, certamente è in grado di fare analisi su quantità di dati da tempo precluse all’uomo, ma senza chi sa interrogare i dati facendogli le domande giuste (e a volte anche sbagliate) è l’uomo.
 
Vengo rapidamente al punto che desidero problematizzare. Imputare agli algoritmi una qualsiasi responsabilità di interferenza nelle azioni umane è errato.
 
Per non passare da ingenui vogliamo ribadire che non intendiamo gli oppositori all’algoritmo come coloro che lo vedono come un’entità realmente autonoma (per ora) ma semplicemente quelli che conferiscono ad esso la capacità di alimentare e coordinare delle volontà antagoniste, particolarmente spregiudicate eticamente che, tramite questo totem, trovano la via per rendere esecutive le loro istanze, determinando una minaccia alla nostra civiltà.
 
Quindi ciò che è autenticamente importante, e l’articolo inizialmente citato sul dilemma etico generato da dall’Algoritmo, ce ne informa dell’urgenza, è quello di riportare i termini della discussione dell’agire etico nell’alveo suo proprio, che è la prerogativa inalienabile dell’uomo.
 
L’Algoritmo è una creatura che ci appartiene totalmente è la nostra proiezione è il modo in cui proseguiamo la lotta con l’esistenza con altri mezzi. 
Con la presenza del Covid-19 gli eventi ci spingono in una regione di confine in cui i numerosi confort fornitici dalla tecnologia si scontrano con le limitate risorse per garantire a tutti pari accessibilità a cure indispensabili alla sopravvivenza. E non sarà nessun algoritmo, né a venirci incontro, né a offrirci soccorso.
 
La tecnologia ci mette a disposizione risorse formidabili e questo può essere ed è stato un fatto rassicurante, però non dobbiamo mai illuderci che il futuro stia solo nella tecnologia.
Nel nostro futuro ci sarà una parte sostanziale occupata dalla tecnologia, buona, affidabile e necessaria a tante attività, sia operative, sia intellettuali.
 
Ma, oggi ancora di più, non possiamo ignorare la realtà con la quale un evento come la pandemia ci obbliga a fare i conti, innanzitutto distruggendo le nostre false certezze. Il futuro che siamo chiamati a ricostruire non potrà essere se non “a misura d’uomo”, per questa ragione dovremo riconoscere che il fardello delle decisioni riguardo a dilemmi etici come quello legato alla tecnologia “salva vita” per il Covid-19, passa solo e sempre e come è sempre stato, attraverso il grande travaglio interiore che graverà sulle coscienze di tutti, sia come organi di deliberazione, sia come singoli individui.
 
In Italia abbiamo ingaggiato una nobile lotta per assicurare mezzi uguali di cura e sopravvivenza a tutti i malati e ne facciamo una ragione fondamentale circa la nostra identità culturale. Ricordo che in questi stessi giorni, per esempio, in Svezia e Norvegia i medici dovranno escludere, qualora si presenti la situazione di una sola rianimazione per due o più pazienti, le persone di 80 anni e quelle di 60-70, che hanno altre patologie, dalle terapie salva vita circa il Covid 19.
 
Sono queste le indicazioni date agli operatori sanitari svedesi dal Karolinska Institute di Stoccolma secondo un documento pubblicato sul sito del quotidiano Aftonbladet. In Norvegia gli anziani sopra i 75 anni dovranno aderire firmando un protocollo di intesa sostanzialmente uguale (come riportato dall'Ansa). In pratica gli anziani che hanno più di 80 anni non sono considerati una priorità così come non lo sono quelli di 70 anni che hanno un problema a più di un organo.
 
Un algoritmo non potrà mai rispondere o indicarci cosa sia meglio, tra tentare una cura di molti giorni in condizioni di grande sofferenza e vulnerati nella propria dignità di persona, avendo precedentemente perduto anche in qualità di vita, o pervenire a una morte dignitosa, sollevati dal dolore e dalla sofferenza.
 
E ancora, se invece la serena accettazione della propria finitezza e della propria fine passino piuttosto attraverso la vicinanza e l’accompagnamento riverente a cui sono chiamati coloro che assistono la persona che muore, i quali possono validamente rassicurarla sul valore pieno e intero della sua vita, soprattutto negli ultimi istanti, quando i pensieri e le scelte interiori stanno per essere consegnati all’eternità.
 
Fiorello Casi
Ricercatore, Etica delle Nuove tecnologie
Dipartimento di Informatica e Dipartimento di Filosofia e Scienze dell'Educazione, Università di Torino


21 aprile 2020
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