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Non lasciamo soli i bambini con disturbi del neurosviluppo

di Christina Bachmann

04 MAG - Gentile Direttore,
perché noi psicologi che ci occupiamo di disturbi del neurosviluppo ci stiamo impegnando tanto a creare nuove forme di trattamenti riabilitativi a distanza e valutazione per i bimbi con Disturbo dell’Apprendimento (DSA), Disturbo del Linguaggio (DSL), Disturbo dell’Attenzione (ADHD)...? Sappiamo bene che in questo periodo di emergenza non vengono considerati interventi urgenti dal servizio sanitario pubblico, ma siamo sicuri di poterli trascurare così e così a lungo? Di poter sospendere tutte le valutazioni e tutte le terapie perché troppo difficile assicurare la sicurezza della salute in sede senza aver pensato a sistemi sicuri e affidabili per farlo a distanza?
 
Siamo tutti impegnati a trasformare tutto il lavoro possibile in modalità a distanza, grazie alle piattaforme che hanno strumenti che ci consentono di farlo. Cerchiamo di far passare il contatto umano, la relazione, l’entusiasmo e la motivazione anche attraverso i cavi del telefono e di internet. Pare però che il tema diagnosi e riabilitazione dei disturbi del neurosviluppo venga troppo trascurato nei progetti del prossimo futuro, come se le terapie riabilitative e le valutazioni diagnostiche improvvisamente non fossero più necessarie.

 
Che sono necessarie lo sanno bene le famiglie dei bimbi che vedono quanto velocemente si regredisce senza gli opportuni stimoli, quanto aumentino le reazioni emotive forti di fronte alla frustrazione di non riuscire a stare al passo nelle dirette, videolezioni, schede inviate via WhatsApp di questa nuova scuola a distanza, più esclusiva che inclusiva.
 
Non a caso si tratta di disturbi (i disturbi del neurosviluppo) che hanno un’elevata comorbidità, cioè si presentano frequentemente insieme tra loro e con altre psicopatologie che spesso riguardano il tono dell’umore e i disturbi d’ansia.
Quanto si è discusso per poter portare fuori i bambini durante il periodo dell’isolamento forzato! Si è fatto di tutta l’erba un fascio, ignorando da dove era partita la richiesta e perché.
 
Ce lo stavano chiedendo le famiglie con bambini che hanno disturbi severi. Pensiamo alle difficoltà che crea la chiusura e mancanza di stimoli a ragazzini con disturbi dello spettro autistico, disturbi dello sviluppo intellettivo, disturbi del comportamento...
Invece no, si è pensato che fosse la banale richiesta di famiglie incapaci di tenere occupati in casa i propri figli, rinnovando quell’odiosa e ingiusta associazione tra disabilità e colpa, e così facendo si è negato un diritto in modo indiscriminato a tutti. Non voglio nemmeno pensare ai lividi di quei genitori abbandonati da tutti che stanno cercando di contenere in qualche modo gli incontrollabili scatti d’ira di figli spesso fisicamente più forti di loro, i morsi, i calci, le offese urlate, le minacce...
 
Che ci siamo dimenticati dei bambini era evidente, solo pochi giorni fa abbiamo finalmente ascoltato un bel discorso del Presidente della Repubblica rivolto agli alunni e studenti. Per troppo tempo si è parlato solo di scuola, senza sottolineare abbastanza che fare scuola non è solo insegnare contenuti. Ma dei bambini con disturbi del neurosviluppo non ce ne siamo solo dimenticati, sembra addirittura che siano scomparsi.
 
Garantire valutazioni, diagnosi e trattamenti riabilitativi sono un diritto per i bambini con queste difficoltà, permette loro di allenare le capacità carenti e di accompagnarli nello sviluppo nel modo più armonico possibile, riducendo frustrazioni e attribuzioni di colpa a se stessi. E questo sarebbe già tantissimo. Ma le diagnosi e i trattamenti hanno anche un’altra funzione, quella di far sentire questi bambini inclusi il più possibile nel contesto sociale, nel loro gruppo di pari, nella scuola e nel resto delle loro attività quotidiane.
 
Renderli più abili e capaci riduce lo svantaggio sociale, li prepara a un futuro più inclusivo e contiene tutte quelle reazioni emotive che altrimenti rischiano di sfociare in ulteriori disturbi e portare le famiglie all’esasperazione.
 
È sacrosanto riorganizzare i servizi rivolti ai minori per rispondere alle nuove esigenze che quest’emergenza ci porta e ci porterà nei prossimi mesi, ma occorre ripensare anche a come utilizzare le risorse che abbiamo sui territori, pubbliche e private, che possano intervenire per colmare queste gravissime lacune che si sono create. Che società stiamo ricreando se non teniamo conto delle differenze? Che società sarà se lascia indietro i più fragili e le loro famiglie?
 
Il privato si è mosso tempestivamente per offrire servizi a distanza che non interrompessero i percorsi riabilitativi in atto, non si è improvvisato nel momento dell’emergenza, bensì ha utilizzato strumenti che usava anche quando i trattamenti venivano fatti in sede, con preparazione e competenza.
 
È sempre il privato che a proprie spese e dopo mesi di entrate azzerate si sta adeguando alle misure previste per il settore pubblico sanitario per poter ripartire garantendo la massima sicurezza possibile per la salute dei suoi piccoli pazienti, delle loro famiglie e dei propri collaboratori.
Se è vero che le grandi crisi portano a qualcosa di buono, questa emergenza deve portarci a ripensare il nostro servizio pubblico e le forme di collaborazione con il privato perché venga garantito ai bambini tutti, con disturbi o senza, il diritto alla salute.

Christina Bachmann
Psicologo clinico e psicoterapeuta, Centro Risorse, Prato
 

04 maggio 2020
© Riproduzione riservata


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