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Infermiere di famiglia. Alcune riflessioni su Cgil, Cisl e Uil

02 LUG - Gentile Direttore,
alcune considerazioni in merito alla posizione dei sindacati Cgil, Cisl e Uil della Funzione pubblica che su Q.S. del 1 luglio sono intervenuti in merito al disegno di legge che si pone l’obiettivo di introdurre la figura dell’infermiere di famiglia.I sindacati in audizione presso la commissione Igiene e Sanità del Senato su ddl 1346 (Infermiere di Famiglia), sostengono che “la dipendenza è la strada di gran lunga migliore e più sicura per garantire sia i cittadini che chi lavora. In questi anni abbiamo misurato con mano i danni prodotti da un’eccessiva frammentazione dei processi organizzativi e clinici legati al sistema delle cure primarie”. Credo di poter dire: “era ora che queste sigle sindacali si occupassero della figura dell'infermiere di famiglia”.

In molti Stati membri dell’OMS la collaborazione tra il medico, l’infermiere e gli altri professionisti della salute nell’ambito delle cure primarie, è esperienza ormai consolidata e valida, da almeno trent’anni: nel nostro Paese essa è, invece, un processo ancora da sviluppare e da implementare.


Secondo i Sindacati: “non appare chiarissima la finalità del DDL1346 in ordine alla natura della figura che si vuole disciplinare: l’infermiere di famiglia e di comunità è attualmente oggetto di formazione post laurea ma, com’è noto, non è una professione sanitaria a sè”...“ non essendo ad oggi la figura oggetto di accordo Stato-Regioni, ai sensi della L.43/2006 non appare chiaro come finirebbe per inserirsi l’infermiere di famiglia e di comunità istituito dal DDL 1346 nell’attuale quadro normativo che regola le professioni sanitarie, col rischio di ingenerare ulteriore confusione”. Quando affermano questo, dimostrano di non conoscere quanto è accaduto in Italia da oltre 20 anni. Basta girare nelle varie Regioni per rendersi conto di quanti siano, di fatto, “gli Infermieri di Famiglia che lavorano, con atti legislativi regionali”, e quali Master universitari hanno frequentato (in primis la realtà di Trieste), es. Toscana, Emilia Romagna, Piemonte e Lombardia, ecc.

A mio parere, il DDL 1346, che modificando l’articolo 3 del DLGS 502/92 inserisce l’Infermiere di Famiglia e Comunità quale “terzo pilastro”, dopo i Medici di Medicina Generale e i Pediatri di Libera Scelta, come soggetto esterno e in convenzione rispetto ai servizi a gestione diretta delle aziende sanitarie, può portare a migliorare l’intervento delle cure primarie, va nella giusta direzione “un infermiere di famiglia con ruolo di governo nei servizi distrettuali”. Questo in linea con la Dr.ssa Barbara Mangiacavalli, presidente della Federazione nazionale degli ordini delle professioni sanitarie (FNOPI): “Per noi è un punto di forza essenziale prevedere che l’infermiere di famiglia partecipi all’attuazione dei piani di assistenza territoriale per l’identificazione e la gestione dei contatti, l’organizzazione dell’attività di sorveglianza attiva e ricopra un ruolo di responsabilità nell’ambito dei processi infermieristici a livello distrettuale”.

Il tutto senza venire meno a quanto sostenuto dalle tre sigle Sindacali che chiedono di “apportare modifiche atte alla creazione di una rete assistenziale e di presa in carico che coinvolga, oltre che lo stesso infermiere, anche le professioni sanitarie ostetriche, dei tecnici della riabilitazione e della prevenzione, professioni sanitarie che compiutamente rappresentano l’attuale esigenza di salute sul territorio, definendone con chiarezza la piena autonomia, determinando la loro dipendenza, come quella di tutti i professionisti interessati, da direzioni delle professioni sanitarie affidati ai relativi direttori dando piena attuazione a quello che è il dettato normativo della 251/2000.

A mio parere nel DDL 1346 si dovrà aggiungere che la figura dell'Infermiere di Famiglia vada a curare l'assistenza degli over 65 ( il numero potrà variare da un minimo di 500 assistiti) e persone di altre fasce d'età, in accordo con il Medico di Famiglia/Mmg...sarebbero da preferire équipe di operatori per i servizi di base dedicati a territori piccoli (trovo più equilibrato il calibro di 30mila abitanti indicato da varie regioni sulle case della salute rispetto al numero di 50mila, ancor meno se operativo solo 5gg/settimana con 8 Infermieri. L'attività dovrebbe essere su 7 gg/settimana.

Ed inoltre le risorse non dovranno essere uguali per tutti i territori ma “aggiustate” per fattori demografici, socio-economici ed epidemiologici, tenendo conto che dove c’è maggior deprivazione c’è maggior malattia.

Per quanto riguarda gli aspetti contrattuali cito un autore attento al rinnovamento del SSN quale è Ivan Cavicchi. Egli ha appena scritto che ci vuole un “Patto con il lavoro, per il lavoro” e rivolgendosi al ministro Speranza dice: “secondo me, avrebbe dovuto suggerire a Conte, rispetto alle complessità e alla delicatezza della “fase 2”, di convocare tutti i rappresentanti delle professioni sanitarie per fare con loro, un vero e proprio “patto con il lavoro, per il lavoro”, con il quale sancire a livello nazionale e, per tutte le regioni, delle linee di riorganizzazione e di ripensamento del lavoro, comuni per tutti, e che ognuno avrebbe poi ovviamente interpretato anche tenendo conto delle proprie specificità locali”.

Dott. Mario Fiumene
Infermiere Consulente Sanitario ex Coordinatore Cure Domiciliari e Territoriali, Regione Sardegna

02 luglio 2020
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