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Infermieri: cosa serve per cambiare davvero

di Marcello Bozzi

07 SET - Gentile Direttore,
in un mio precedente contributo del 22 luglio avevo evidenziato le discrepanze tra i contenuti della norma (con particolare riferimento alla dirigenza delle singole aree delle professioni sanitarie) e la realtà del Paese.
 
In questa 2ª parte l’attenzione viene riservata alle  professioni infermieristiche (Infermiere e Infermiere Pediatrico) con la comparazione tra i principi fissati dalle norme che regolamentano e disciplinano le professioni infermieristiche e il relativo esercizio professionale.
 
Le criticità riscontrabili alla comparazione tra i principi normativi e la realtà dei fatti riguardano prevalentemente:
- La pianificazione per obiettivi dell'assistenza  (nella realtà prevale l’organizzazione “per compiti, per mansioni, su chiamata”);
- La pianificazione, gestione e valutazione dell'intervento assistenziale infermieristico (abitualmente nella documentazione clinica si rilevano le “cose fatte” ma pochi riscontri relativamente alla parte progettuale e alle “cose da fare”);
- La revisione dell'organizzazione del lavoro, incentivando modelli di assistenza personalizzata (le tradizioni, le consuetudini e il “si è sempre fatto così” spesso rendono difficili i cambiamenti e le innovazioni).
 
Ora si tratta di capire se le criticità sono collegabili alla formazione (Corsi di Laurea di I e II livello) o all’impianto organizzativo.
 
L’Università pare aver fatto la propria parte (a dire il vero più nella forma che nella sostanza) quindi le criticità vanno ricercate nei “luoghi di lavoro”, con l’assoluta necessità di “sradicare” le abitudini e garantire la continuità tra gli insegnamenti disciplinari (indubbiamente corretti) e il fare quotidiano, con interventi nella “revisione dell’organizzazione del lavoro”, così come definito nel comma 3 dell’Art. 1 della l. 251/2000.
 
Al riguardo, proprio con riferimento all’organizzazione del lavoro, viene portato all’attenzione  il posizionamento di qualche Organizzazione Sindacale che inquadra nel  “demansionamento” l’esecuzione di alcune attività improprie (?) che ricadono sulle spalle degli infermieri.
 
Ora si tratta di capire se il “demansionamento” è relativo all’esecuzione di attività igieniche sul malato (è come se un chirurgo ritenesse  “demansionante” il trattamento chirurgico di un’escara)  o alla mancata realizzazione (o mancata possibilità di realizzazione) di attività assistenziali previste dalle norme e dal codice deontologico (pianificazione per obiettivi, personalizzazione dell’assistenza e verifica e valutazione).
 
Dando per scontata la seconda, va ripensata l’organizzazione del lavoro e la distribuzione delle attività, con chiara definizione di chi è “responsabile dei progetti”  e chi è “responsabile dei processi”, riportando l’Infermiere a quella concettualizzazione che è la caratterizzazione propria e specifica della disciplina (come era in un passato nemmeno tanto lontano), con la massima integrazione con altre componenti professionali impegnate nell’assistenza (es. Operatori Socio Sanitari).
 
Forse necessitano meno infermieri, con elevate capacità concettuali e forte orientamento progettuale, tenuto conto dei contenuti curricolari di oggi, delle evoluzione normative (di sistema e professionali), delle nuove responsabilità e delle singole problematiche assistenziali,  e molti più Operatori Socio Sanitari (rapporti invertiti?), con la necessità del più alto livello possibile di integrazione (verso l’alto e verso il basso) e la definizione e condivisione di progetti, percorsi e processi con tutti gli attori coinvolti nei percorsi clinico-assistenziali (l. 24/2017 docet).
 
Di conseguenza vanno ripensati gli “staffing” (mix Infermieri/Operatori Socio Sanitari) per ogni singolo contesto e, prima ancora, va rivista la formazione e il profilo professionale dell’Operatore Socio Sanitario che, è bene ricordare, ha una formazione significativamente più elevata rispetto all’Infermiere Generico del passato, con una operatività inferiore.  Probabilmente è meglio privilegiare una formazione unica, comprendente il percorso di “formazione complementare”, già oggetto di discussione nel recente passato, e l’adeguamento dei contenuti del profilo professionale, tenuto conto sia dei nuovi bisogni degli utenti, sia delle esigenze di funzionamento delle strutture (ospedaliere, residenziali, etc.), per un professionista in grado di operare all’interno di una èqipe, in maniera integrata con altri professionisti, in totale sicurezza.
Qualcosa non ha funzionato o qualcosa non è andato al passo con i tempi e con i cambiamenti.
 
Necessitano anche importanti interventi formativi per incidere nei cambiamenti nell’organizzazione del lavoro, tenendo conto dell’importanza della continuità tra gli insegnamenti disciplinari e il fare quotidiano (da sradicare) e delle difficoltà (certe) a passare dalla prestazione/mansione alla concettualizzazione e alla conseguente determinazione di azioni, complete di aspetti tecnici, relazionali ed educativi, specifiche per ogni situazione clinica.
 
È il momento (forse tardivo) di portare intorno ad un tavolo  tutti gli stake-holder interessati (dal livello governativo alla Conferenza Stato-Regioni, all’Università, agli Ordini Professionali, alle Organizzazioni Sindacali, alle Società Scientifiche, etc.), ognuno per quanto di competenza, per un completo ripensamento del sistema e per il corretto sviluppo e valorizzazione degli infermieri e dell’infermieristica, in linea con i dettati normativi ed i percorsi formativi.
 
Diversamente non cambierà nulla, non ci sarà quella valorizzazione dichiarata dei livelli governativi e  auspicata dai professionisti e tutto rimarrà invariato … e forse serviranno davvero altri 20 anni! 
 
Marcello Bozzi
Segretario ANDPROSAN – Associazione Sindacale rappresentante la Dirigenza delle Professioni Sanitarie - Associata COSMED

07 settembre 2020
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