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Il “territorio”: ovvero tutto e niente

15 SET - Gentile Direttore,
su queste pagine in un suo articolo di ieri  Ivan Cavicchi, già a partire dal sottotitolo,  “accusa” il ministro Speranza di dare per scontato che il territorio sia il territorio, cioè che esso sia una categoria concettuale ineludibile e indiscutibile. Nel testo dell’articolo  si ipotizza che  il territorio sia addirittura una categoria vecchia e superata e si anticipa una  seconda parte in cui si proverà a proposito del territorio ad “avanzare una proposta pensata con il quadro logico del cambiamento riformatore forte”.
 
In attesa di questa seconda parte io propongo invece di usare il meno possibile il termine territorio, che mi sembra avere troppi possibili significati  di solito coincidenti (rischio che l’articolo di Cavicchi certamente non corre) nel linguaggio corrente con “tutto ciò che sta fuori dell’ospedale”. Come se questo “tutto” fosse riconducible a funzioni ed attività definite e note che non c’è bisogno di declinare. In questo modo un termine che raccoglie un insieme molto differenziato e specifico di funzioni viene ricondotto ad una sorta generica categoria di fatto residuale, o meglio accessoria. C’è l’ospedale e poi tutto il resto, cioè il territorio. Mi ricorda l’uso che ancora alcuni (troppi) fanno del termine  “paramedico”: ci sono i medici e poi tutto il resto.

 
La pandemia ha poi fatto esplodere questa “voglia” di territorio come testimoniano  le innumerevoli dichiarazioni non solo di politici, ma anche di tecnici, sulla importanza di vincere sul territorio la battaglia col virus. Di solito poi non si specifica cosa questo voglia concretamente dire. Forse conviene ricordarsi che il Decreto sui LEA del 2017non parla mai di “territorio”  se non come ambito territoriale definito (viene nominato sei volte di cui quattro con rifermento al territorio nazionale). Parla invece di prevenzione collettiva e sanità pubblica, di assistenza distrettuale, di assistenza sociosanitaria e di assistenza ospedaliera.
 
Forse potrebbe diventare una buona abitudine quella di  ricondurre il sempre richiamato potenziamento del territorio al potenziamento di quelle specifiche attività, prestazioni e servizi che si ritengono carenti. La stessa genericità del resto che affligge la retorica della lotta all’ospedalocentrismo, che  è una etichetta buona per qualunque non meglio specificata esigenza di potenziare …il territorio. Con il risultato di non ragionare su (e capire) cos’è il “troppo “ dell’assistenza ospedaliera da razionalizzare e cos’è il “poco” del territorio che si intende potenziare.
 
Che termini usare allora? Ci aiuta appunto il Decreto sui Lea che non solo declina le quattro aree sopraindicate, ma nel caso delle tre aree “territoriali” (della prevenzione collettiva e sanità pubblica, distrettuale e sociosanitaria) ne declina le ulteriori articolazioni funzionali (per il distretto ad esempio: assistenza sanitaria di base, assistenza domiciliare, residenziale e semiresidenziale, ecc).
 
E quindi anziché di un generico “potenziamento del territorio” si potrebbero indicare di volta in volta le tipologie di attività che si intendono potenziare alla luce dello specifico problema che si vuole affrontare con modalità nuove o “rafforzate”, come nel caso del contenimento del rischio di riaccensione epidemica del Covid-19. Oppure parlando di territorio si può fare riferimento alle specifiche realtà organizzative in cui si esprimono le diverse tipologie di attività sopraricordate: Distretti, Dipartimenti di Prevenzione e Ambiti Sociali (termini che nelle varie realtà regionali possono cambiare, ma il contenuto delle loro attività rimane più o meno lo stesso).
 
Se si fa lo sforzo di andare al di là della generica dizione di “territorio” si aiuta a dare significato e rilevanza alle attività che vi vengono svolte ed alle articolazioni organizzative che ne garantiscono lo svolgimento. Per molti (anche in questo caso per troppi) quello che avviene o dovrebbe avvenire nel territorio assume contorni sfumati e misteriosi come testimoniato dal dibattito sulla opportunità di reintrodurre il  medico scolastico o introdurre l’infermiere scolastico, dibattito su cui pesa a mio parere  la scarsissima conoscenza su attività e servizi del famoso “territorio”. Per cui a me pare molto sana la decisione della Regione Veneto di dare in termini di “medicina scolastica” ai Dipartimenti di Prevenzione ciò che è dei Dipartimenti di Prevenzione.
 
Propongo in conclusione un ragionevole compromesso: va bene parlare di territorio a patto di specificare subito dopo di che cosa in particolare si parla e di cosa si vuole specificamente cambiare e potenziare. Come fa benissimo, per fare un esempio, Gavino Maciocco parlando del Distretto. Un Distretto su cui Maciocco scrive, e io concordo pienamente con lui: “La lezione che ci viene dalla pandemia è che oggi più che mai c’è bisogno di Distretto, per le molteplici funzioni che il territorio è chiamato a svolgere (e che troppo a lungo sono rimaste insoddisfatte, con enorme danno per la salute della popolazione). Ne cito alcune…” (segue puntuale elenco). Ecco parlare di territorio così va bene, anzi benissimo.
 
Claudio Maria Maffei
Coordinatore Scientifico di Chronic-on

 

15 settembre 2020
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