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La ricetta sbagliata della Fnomceo sui “micro team”. Distretto resta la soluzione migliore per il territorio

21 SET - Gentile Direttore,
il Presidente della Fnomceo sul Quotidiano da lei diretto ha affermato in un’intervento dell’8 luglio 2020 che i Distretti “hanno esaurito la loro forza riformatrice; riproporre le soluzioni, come i distretti, oggi significa essere inutilmente conservatori. Servono nuovi ospedali costruiti in modo tale da offrire ad ogni cittadino tutti i servizi essenziali disponibili con percorsi diversificati in modo tale che a fronte di una pandemia le cure ordinarie non debbano essere sospese”.
 
Questa posizione è stata confermata nei primi giorni del mese di agosto dal Comitato Centrale della Fnomceo: “Ora è il momento di un colpo di reni, di una svolta che porti ad abbandonare politiche ormai vetuste, come quelle dei distretti, con la moltiplicazione delle figure dirigenziali, a favore di politiche che mettano invece al centro i professionisti, con le loro competenze peculiari e sinergiche”... “ professionisti che lavorino in micro-team, come suggerito recentemente anche da Ocse, e che abbiano a loro disposizione strutture adeguate, strumenti diagnostici di primo livello e terapeutici”.

 
Ritengo gravi le affermazioni del Presidente e del Comitato Centrale della Fnomceo, sia nel merito che nel metodo adottato, quello di utilizzare la Confederazione che rappresenta tutti gli Ordini dei Medici d’Italia e di conseguenza tutti i Medici, compresi anche i numerosi in servizio nei Distretti, per esprimere un’opinione, non condivisa con gli stessi Ordini Professionali, che invece appare decisamente rappresentativa solo di una parte dei Medici italiani e non supportata da evidenze scientifiche.
 
Al contrario, l’Ordine dei Medici-chirurghi di Roma, al quale sono iscritto, ha sempre considerato il Distretto come struttura strategica e determinante nel contesto della Sanità Pubblica territoriale, tanto da istituire un’apposita Commissione ordinistica che ha lavorato in modo continuativo nei periodi di Presidenza Mario Falconi, Roberto Lala e dell’attuale Presidente Antonio Magi, Commissione che ha supportato iniziative e decisioni tendenti al potenziamento e al rafforzamento del Distretto quale garante dell’integrazione e del governo di tutti i professionisti che operano sul territorio.
 
Entro comunque nel merito della questione sollevata. Pur se le normative nazionali (Legge di Riforma Sanitaria e nuovi LEA) e la gran parte di quelle regionali prevedono che la gestione e il coordinamento dei professionisti del territorio sia assegnata al Distretto e al Dipartimento di Prevenzione, da molti anni si è assistito al fenomeno di un progressivo depotenziamento dell’Assistenza territoriale e le citate strutture di riferimento svolgere un ruolo marginale perché le priorità dei decisori si sono rivolte ai servizi posti fuori dal territorio.
 
Questo fenomeno di progressivo depauperamento delle funzioni di Sanità Pubblica delle strutture territoriali è avvenuto parallelamente al federalismo e alla larga autonomia organizzativa delle singole Aziende sanitarie. Il risultato oggi è quello di avere una rete di servizi territoriali fortemente disomogenea e depotenziata. In larga misura si è dimostrata insufficiente a rispondere alle esigenze legate all’epidemia da COVID-19. E’ però da evidenziare che, dove questa rete è stata particolarmente debole, come in Lombardia, la difficoltà ad aggredire con risposte efficaci il dilagarsi dell’epidemia è stata particolarmente evidente. Dove invece il Distretto ha potuto esercitare il ruolo di coordinamento e d’integrazione fra professionisti, i risultati sono stati più che soddisfacenti.
 
Quindi affermare che “ora è il momento di un colpo di reni che porti ad abbandonare politiche ormai vetuste, come i Distretti” evidenzia la scarsa conoscenza della realtà territoriale e dei fenomeni che sono emersi nel periodo COVID. Inoltre, i Distretti hanno sempre promosso l’istituzione dei team assistenziali come suggerito dall’OCSE e dai principali cultori europei dell’assistenza primaria, impedendo il concretizzarsi di spinte corporative settoriali.
 
Il lavoro fatto negli anni dai Distretti, dove le condizioni regionali e aziendali lo hanno permesso, è stato orientato a integrare le componenti del sistema delle cure primarie secondo principi di pari dignità e di rispetto delle specifiche professioni coinvolte, secondo il convincimento che tutti i professionisti devono concorrere per il cambio di paradigma della sanità territoriale, dall’attesa all’iniziativa. Questa operazione complessa, deve mettere al centro del sistema i bisogni dei cittadini, operazione che può essere vincente solo con l’adesione convinta di tutti gli attori, dai professionisti ai decisori politici e alle comunità locali, dalle istituzioni accademiche agli amministratori con l’esistenza di una struttura di Sanità Pubblica qual è il Distretto, essendo il luogo/struttura dell’Azienda sanitaria deputato alla programmazione territoriale, alla gestione e all’integrazione sociosanitaria.
 
La proposta finale del documento della Fnomceo per un “nuovo Servizio sanitario nazionale con la costituzione di micro-team, composti dal medico di medicina generale, specialisti, infermieri, assistenti di studio, con la valorizzazione delle diverse professionalità”, rappresenta chiaramente una visione di una parte dei Medici e non tiene conto dei contenuti propri della gestione della Sanità Pubblica territoriale e di ciò che è accaduto durante l’epidemia che invece impongono la presenza di un Distretto che eserciti le sue funzioni e sia capace di garantire l’integrazione e la coesione con la comunità. 
 
Rosario Mete
Medico Chirurgo iscritto all’Ordine dei Medici della Provincia di Roma
Presidente della CARD Lazio (Confederazione delle Associazioni Regionali di Distretto)
Docente Dipartimento di Sanità Pubblica e Malattie Infettive Sapienza Università di Roma

 
  

21 settembre 2020
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