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Tamponi rapidi dal mmg. Più dubbi che certezze

di Ornella Mancin

13 OTT - Gentile Direttore,
in questi giorni la medicina generale si sta interrogando sui tamponi rapidi. Qualche giorno fa il ministro della salute Speranza e poi il premier Conte hanno annunciato che sono stati ordinati “5 milioni di test rapidi” da distribuire ai medici di famiglia.
La decisone è stata presa in seguito all’accordo con il segretario nazionale della Fimmg che li ha proposti per decongestionare i drive-in delle asl dove vengono effettuati attualmente buona parte dei tamponi, riuscire a differenziare le patologie nelle fasi iniziali ed a isolare prima possibile i pazienti Covid.
Obiettivi condivisibili ma mancanti allo stato attuale di un protocollo di attivazione chiaro e privo di rischi.
 
A nessuno è chiaro infatti:
- Chi dovrà essere sottoposto a tampone rapido nello studio del medico
- Come eliminare o ridurre il rischio per l’operatore/medico che deve effettuare il test
- Come verrà effettuata la sanificazione degli ambienti
 
Da quando è scoppiata la pandemia di Covid sono state messe in atto delle precise indicazioni per ridurre al minimo il rischio di trasmissione del virus, fra queste il controllo della temperatura e l’assenza di sintomi respiratori.

Quando il paziente ha febbre e sintomi respiratori deve necessariamente chiamare il medico che valuterà l’opportunità di un accesso in ambulatorio e in caso di sospetti sintomi da Covid attiverà l’esecuzione del tampone e la presa in carico in caso di sintomi rilevanti da parte delle Usca (almeno dove queste sono attive).
 
La richiesta di eseguire tamponi rapidi negli studi dei medici di famiglia sembra capovolgere queste linee operative: il paziente con segni di presunta infezione da Covid potrà anzi dovrà accedere negli studi dei medici di famiglia per eseguire il tampone rapido.
Finora il tampone è stato eseguito in sedi opportunamente organizzate tenute differenziate dalle sedi di accesso dei malati no-Covid. Quasi dappertutto sono partiti i drive-in appunto per ridurre al minimo il contatto e quindi il rischio tra operatore e sospetto caso di Covid.
 
Non è chiaro quindi perché i tamponi rapidi dovrebbero costituire una modalità priva di rischi per l’operatore e per i pazienti no covid che dovranno accedere nello studio medico. La maggior parte degli studi sono inseriti in condomini o in porzione di abitazione e certo non possiedono doppie entrate. Difficile quindi anche solo immaginare una doppia corsia: covid e non covid.
 
Ma i problemi non si fermano qui: se il paziente sottoposto a test rapido risultasse positivo cosa succede?
Dovrà eseguire il tampone molecolare di conferma che in alcuni regioni può chiedere direttamente il medico curante, in altre deve essere richiesto al Dipartimento di igiene a cui va segnalato il caso, il che spesso vuol dire qualche giorno di attesa. A questo punto che significato avrà avuto la tempestività del test?
 
Non solo ma cosa succederà nell’ambulatorio del medico una volta trovato il paziente positivo? E’ necessario che l’ambulatorio dove è avvenuto il test venga sanificato ? Chi farà la sanificazione? Il resto dell’attività verrà bloccata?
Le Asl forniranno tutto il materiale monouso (DPI; camici, calzari….) necessario per eseguire i tamponi protetti? E’ pensabile uno uso così dispendioso di materiale per eseguire un singolo tampone?
 
I punti da chiarire rimangono veramente tanti e la fattibilità del progetto appare difficile, tanto più in questo momento di avvio della campagna vaccinale in cui tutti i medici di famiglia sono già ampiamenti dedicati a mantenere il distanziamento e a evitare assembramenti mettendo in atto tutte le possibili strategie: c’è chi vaccina in spazi messi a disposizione dai comuni( palestre, tendoni..) chi stabilisce degli orari extra di accesso negli studi per dedicarsi solo alla vaccinazione. Tutti preoccupati a non creare occasione di diffusione del virus.
 
Ed è per questo che sembra particolarmente “improprio” pensare di poter eseguire i tamponi rapidi per l’individuazione del Covid nei nostri ambulatori.
“Tenere aperta l’Italia è responsabilità comune”, così ha detto il Presidente Mattarella richiedendo impegno e collaborazione ad ognuno. E noi medici di famiglia questa responsabilità la sentiamo in maniera forte e non vogliamo certo sottrarci al nostro dovere anche di tutela della salute collettiva, ma le forze sono esigue e i bisogni si moltiplicano ed è necessario che le energie rimaste in campo vengano convogliate su progetti ben definiti, fattibili, concreti e utili.
 
Resta da chiarire poi se non fosse il caso di rafforzare le USCA là dove esistono o farle finalmente partire là dove ancora non ci sono e incrementare il personale nei servizi di igiene( ridotti all’osso in questi ultimi anni ) anziché pensare di caricare ancora una volta tutto sulle spalle del medico di famiglia che oltre all’emergenza Covid deve continuare a gestire una cronicità che rischia sempre più di essere lasciata indietro .
Gli annunci privi di concretezza rischiano di creare malumori e indisponibilità.
 
Ornella Mancin
Medico di famiglia


13 ottobre 2020
© Riproduzione riservata


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