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Piano nazionale ricerca e Ricercatori, si comincia male

di Maria Anita Parmeggiani

23 LUG - Gentile Direttore,
nella bozza del Piano Nazionale della Ricerca (PNR) 2020-2022 c’è un fatto sicuramente positivo, ed è il riconoscimento della necessità di dare un forte impulso alla ricerca sanitaria soprattutto alla luce dell’esperienza maturata durante la pandemia che ha evidenziato come assolutamente imprescindibile il potenziamento in termini di risorse, sia di capitale umano che organizzative.
 
A fronte di questa dichiarazione di intenti non solo condivisibile, ma assolutamente necessaria anche alla luce del PNRR che identifica nella ricerca un fattore chiave di sviluppo del paese, al paragrafo 7 che titola “il capitale umano”, si cita espressamente come una grande e positiva riforma del sistema di reclutamento dei ricercatori, la legge n.205 del 27 dicembre 2017, altrimenti nota come “piramide del ricercatore”, che avrebbe, secondo il documento, posto fine al precariato consentendo un futuro stabile al ricercatore IRCCS e IZS, riconosciuto come il motore della ricerca pubblica italiana consentendo la “sinergia tra i diritti del lavoratore e la flessibilità e la mobilità proprie del settore della ricerca”.

Si conclude che, vista l’importanza strategica della ricerca sia fondamentale che gli Istituti vi dedichino personale stabile che abbia maturato nel tempo capacità e competenze.
 
Con queste regole di reclutamento è semplicemente impossibile.
I requisiti per accedere alla cosiddetta “piramide” sono avere almeno tre anni di contratto negli ultimi cinque al 31/12/2017. Il percorso prevede la stipula di un contratto individuale di lavoro subordinato a tempo determinato e regolato dal CCNL del comparto sanità della durata di cinque +cinque anni al termine dei quali non rinnovabile, con valutazioni e verifiche della produttività disciplinate con Decreto ministeriale 20 novembre 2019, numero 164, e cui può, (si badi, non deve) seguire un’ammissione in ruolo nella dirigenza qualora ci fossero posti disponibili.
 
Nel non prevedere un percorso di stabilizzazione come per il personale precario dell’assistenza, (Dlg 75 del 2017, legge Madia,) questo provvedimento ha creato un vulnus profondo nella ricerca pubblica sanitaria, separandola di fatto dall’assistenza per cui invece è stato previsto un vero e proprio percorso di reale stabilizzazione.
 
Seppur istituendo la figura del ricercatore negli ospedali di ricerca riconoscendone le peculiarità, questo provvedimento in realtà lo colloca come ruolo nel comparto e non nella dirigenza (come tutti i medici, biologi, fisici, farmacisti, psicologi che entrano nel SSN), luogo naturale per disciplina e percorso di studi e ne prevede un percorso decennale di precariato mascherato, senza sbocco. Va infatti ricordato che molti ricercatori sono in possesso del titolo specifico per la ricerca che in tutto il mondo è il Dottorato di Ricerca, titolo non riconosciuto per entrare nella dirigenza del SSN.
 
Per la verità è previsto un accesso alle scuole di specializzazione in sovrannumero per i cosiddetti “piramidati”, ma a tutt’oggi l’attivazione di questo percorso è lettera morta.
Di tutto questo aspetto il documento non tratta, “dimenticandosi” di dire cosa succede dopo la fine del contratto. Forse non interessa, nel nome di quella flessibilità lavorativa “senza rete” che ha prodotto tanti danni non solo al SSN, ma a tutto il paese in primis quello giovane.
È del tutto evidente che questa legge vada cambiata se si vuole dare vero impulso alla ricerca sanitaria pubblica sulla cui importanza tanto si insiste ormai in ogni dove (PNRS, PNRR…).
 
Prima di tutto l’inquadramento: è necessario identificare subito un ruolo specifico dirigenziale. Non prevederlo di fatto mortifica il lungo percorso di studi scavando un solco profondo con i colleghi dell’assistenza, proprio in quegli Istituti che altro non sono che ospedali, dove la missione principale è la cura d’eccellenza in virtù di quella ricerca traslazionale che ne è valore fondante e ragione della loro stessa esistenza. A questo va posto rimedio e subito, non solo per favorire quella sinergia " tra assistenza e ricerca di cui tanto si parla nel Piano, ma soprattutto per dare una prospettiva occupazionale degna che apra anche a possibili futuri sviluppi di carriera garantiti dal CCNL della Dirigenza Sanitaria, in un quadro normativo armonico con la dirigenza tutta del SSN, con una visione di lungo respiro e una speranza ai giovani ricercatori.
 
Non solo, ma, allo stato attuale delle cose, la Piramide del ricercatore ha creato negli IRCCS pubblici un ulteriore vulnus, la coabitazione tra ricercatori che, pur avendo lo stesso percorso di studi, negli anni sono stati assunti nella dirigenza e altri, soprattutto giovani, assunti nel comparto con evidenti disparità di ruolo e di retribuzione.
In secondo luogo l’inquadramento economico: le fasce di retribuzione sono ben lungi dall’attrarre “cervelli”, come dichiarato dai legislatori, e anche nella fascia più alta sono molto lontane dai livelli di retribuzione dei colleghi della assistenza, di fatto incentivando i ricercatori alla fuga, nel privato o all’estero, avviando gli Istituti verso un graduale declino anche in considerazione del fatto che si parla di persone giovani che ne costituiscono il futuro di ricerca.
 
Mortificare con 30.861 euro lorde /anno (la fascia più alta) un ricercatore a cui si richiedono competenze e capacità elevate non sembra un buon viatico per il riconoscimento che si vorrebbe dare alla ricerca, soprattutto di questi tempi, tristemente caratterizzati da una pandemia, dove invece è parso chiaro a tutti l’importanza di una ricerca qualificata. Questa cifra può essere un punto di partenza, non certamente di arrivo.
 
Un altro aspetto non trascurabile è la lunghezza del percorso: dieci anni sono un’enormità. Dieci anni sommati al percorso precedente che come minimo è di tre anni (molti ne hanno ben di più) crea di fatto un precariato a vita.
 
A tutt’oggi negli IRCCS pubblici al contrario del privato, che è libero da vincoli, quando si vuole davvero trattenere i “cervelli” si è ben lontani dall’applicare la piramide, che non prevede certo compensi appetibili, ma si cerca in modo surrettizio di stipulare contratti economicamente vantaggiosi, spesso sovrapponibili a quelli dell’assistenza (a volte anche apicali), ricorrendo spesso a forme di contratti di dubbia legittimità, esponendo le aziende a possibili ripercussioni amministrative.
 
Maria Anita Parmeggiani
Componente Esecutivo Nazionale Anaao Assomed
Commissione IRCCS Anaao Assomed


23 luglio 2021
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