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Il nuovo sport nazionale, come spendere i soldi del Pnrr

di Biagio Papotto

15 SET - Gentile Direttore,
da molti mesi, ormai, in modo forse ultimamente meno roboante, tanti italiani si sono messi – più o meno apertamente – a fantasticare e far progetti su come spendere quella pioggia di miliardi che arriveranno dall’Europa. Magari non sappiamo pronunciare con naturalezza la sigla “PNRR” oppure abbiamo qualche problema con l’accento per “Next Generation EU”, però siamo pratici e tantissima gente ha ormai gli occhi a forma di euro perché abbiamo capito che gli europei si sono convinti della bontà delle nostre tesi e quindi avremo un pacco di soldi da spendere.
 
Non è vero. In termini scientifici potremmo forse azzardare che – dopo aver portato il nostro debito a livelli quasi insostenibili – l’Europa ha accettato di venirci incontro e quindi di assumere prestiti sovrani tutti assieme. In pratica: abbiamo contagiato altri paesi.
 
Però – onestamente – nessuno ha costretto qualcuno. I soldi – specie se una parte sono a fondo perduto – fan comodo a tutti, gli altri si possono restituire con calma e quindi…ben vengano.

 
Il problema sussiste invece quando se ne deve ipotizzare ed attuare la destinazione. Se cioè in questa benedetta nazione siamo ormai abbastanza adulti da aver compreso la differenza tra spesa ed investimento. In parole povere: se – ammaestrati da decenni di sprechi e mala gestione – riusciremo a far “fruttare” questa occasione e non ci illuderemo invece che ve ne saranno altre ed altre ancora.
E qui – come CISL Medici – abbiamo forti dubbi.
 
Il primo provvedimento è stato deliberare di assumere un bel gruppetto di persone che affiancheranno i decisori e sorveglieranno come vengono spesi. E già c’è qualcosa che non quadra: arrivano soldi… e la prima decisione è di assumere qualcuno che sorvegli come vengono spesi? Fino ad oggi non avevamo nessuno in posti di verifica e controllo?!?!
 
Ma non vogliamo fossilizzarci su questo, davvero.
Il fatto grave è che non vogliamo che – nella corsa cui assistiamo già da tempo a ottenere per se’, per la propria regione, per il proprio ministero, una parte di quei finanziamenti - si finisse per dimenticare che invece devono essere indirizzati dove serve. Scelte impopolari ma giuste dovranno esser prese, in questa bell’Italia, prima o poi. O no?
 
E allora basta con questo drenaggio di risorse degno del “manuale Cencelli”, basta con i chilometri di nastri per le inaugurazioni, la costruzione di strutture che lievitano nei costi prima ancora di essere utilizzabili, o peggio ancora mai utilizzate, vere e proprie “cattedrali nel deserto”, come si suol dire, servite solo per propaganda nell’interminabile campagna elettorale che abbiamo. Basta con le costosissime attrezzature che fanno bella mostra di se’ e poi non vengono utilizzate perché si comprano senza neppure valutare se si hanno gli specialisti qualificati per sfruttarle.
Non abbiamo bisogno di nuove bellissime palazzine che – dopo un taglio di nastro e il discorso di circostanza, non alleviano in nulla il disagio della sanità italiana, perché questi soldi potevano – no: dovevano – esser spesi in modo più assennato e produttivo.
E – soprattutto – la lunghezza dei km. di nastro usati per le inaugurazioni in pompa magna stride in modo assordante con la insufficiente lunghezza della “coperta” del SSN nel suo insieme.
 
Abbiamo bisogno di strutture pubbliche che funzionino, senza dar la colpa ai “fannulloni” o agli “spreconi” come gli imbonitori della politica vogliono far credere, spesso solo per far crescere la sanità privata, nel nome di una falsa concorrenzialità che non esiste, né in termini di professionalità neé in termini di tutele. E per raggiungere questo risultato c’è un solo modo: investire sulle risorse umane. Aprire l’accesso a Medicina, formare medici, garantire borse di specializzazione in numero sufficiente, assicurare ai giovani colleghi un ingresso gratificante nel mondo del lavoro e una retribuzione adeguata con prospettive non soffocanti né mortificanti, investire sul nuovo CCNL per garantire sicurezza nei posti di lavoro, depenalizzazione dell’atto medico, giusto riconoscimento all’emergenza-urgenza.
 
Sarebbe persino troppo facile suggerire una semplice comparazione tra la retribuzione di un politico professionista degli anni ’50 e quella di uno attuale, mettendo a confronto in percentuale quei dati con la capacità di spesa di un collega dipendente del SSN in pari epoche.
 
Per tacere ovviamente (non ci piace “vincere facile”…) dei passi avanti che la scienza medica ha compiuto e di quelli indietro che invece i nostri partiti ci hanno mostrato…
 
Occorre, insomma, far capire alla politica – nazionale e regionale – che l’etimologia delle parole ha un suo perché. Non si può pretendere di fare medicina senza i medici.
 
Siamo passati dalla “esportazione delle braccia” alla “fuga dei cervelli”, salvo poi stupirsi e lagnarsi in modo farisaico se le cose vanno a rotoli e continuano a peggiorare…
 
Biagio Papotto
Segretario nazionale Cisl Medici

15 settembre 2021
© Riproduzione riservata


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