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Dolore cronico e approccio biopsicosociale

di M.Lastretti, M.Tomai, L.Giardinieri, A.Tupputi

18 OTT - Gentile Direttore,
è stato presentato a Roma lo scorso 21 settembre il “Manifesto sul dolore: Le proposte per una migliore gestione dei pazienti con dolore cronico”, realizzato in occasione del tavolo tecnico della Regione Lazio, organizzato da Fondazione Onda, Osservatorio nazionale sulla salute della donna e di genere. Il documento mette in risalto proposte per migliorare l’iter diagnostico-terapeutico del paziente con dolore cronico.
 
In particolare si vuole migliorare la raccolta dei dati relativi al paziente, rafforzare il network tra i clinici, assicurare un programma di formazione continua e aggiornata del personale medico e promuovere una “cultura” del dolore cronico, attraverso una corretta informazione su tale condizione clinica e sulle effettive possibilità di curarla. L’obiettivo ultimo è quello di fornire delle linee guida utili a definire a livello nazionale un percorso di cura efficace e sostenibile.
 
L’Osservatorio di Psicologia in Cronicità dell’Ordine degli Psicologi del Lazio, con l’intento di creare una roadmap dell’intervento psicologico nell’ambito delle patologie croniche e di facilitare il dialogo con i diversi stakeholder sanitari, si è voluto confrontare la dott.ssa Nicoletta Orthmann, coordinatore medico-scientifico di Fondazione Onda, fortemente impegnata nell’ambito della cronicità. Dalla conversazione sono emersi la centralità del contributo dello psicologo, in termini di funzione e competenze spendibili all’interno del team curante nella gestione del paziente con dolore cronico e dei suoi familiari, così come gli ostacoli che impediscono la presenza di tale figura nell’iter diagnostico-terapeutico.
 
Come la dottoressa Orthmann ha messo in luce, ciò che caratterizza i pazienti con dolore cronico è un “profondo senso di frustrazione, di inadeguatezza, di solitudine” in questa esperienza vissuta come una “bolla”, dove ci si sente incompresi non solo dai propri familiari e partner, ma a volte anche dagli stessi clinici. Le implicazioni del dolore cronico nella vita dei pazienti possono portare a una “sorta di ritiro sociale” e una profonda sofferenza caratterizzata da un “continuo pellegrinaggio” da uno specialista all’altro. La componente emotiva e psicologica del paziente legata alla malattia può alterare il contenuto delle comunicazioni con gli specialisti, a causa dei meccanismi difensivi che entrano in gioco nella relazione.
 
La dottoressa Orthmann ha descritto come il supporto psicologico possa giocare un ruolo fondamentale in tutte le fasi del percorso diagnostico-terapeutico, dalla presa in carico del paziente, alla formulazione e comunicazione della diagnosi, fino all’accettazione della malattia e strutturazione del percorso di cura. In questo modo si può promuovere l’aderenza terapeutica e si può fornire un ascolto empatico che permetta alla persona di sentirsi compresa e la aiuti nella verbalizzazione della propria esperienza.
 
Tema rilevante nel corso del colloquio è stato quello dell’attribuzione allo psicologo di una funzione di connessione nel gruppo dei professionisti. Si condivide l’idea che lo psicologo possa svolgere anche un ruolo “ponte” tra i clinici stessi, facilitando la comunicazione all’interno del team multidisciplinare, nel rispetto delle competenze di ciascuno: “La presenza di uno psicologo – ha spiegato la Orthmann - in un team multidisciplinare, potrebbe dare anche un aiuto concreto ai clinici. Tante volte i clinici sono giustamente focalizzati sul trattamento della malattia, però su certi aspetti che riguardano la comunicazione ci sarebbe tanto da fare”.
 
Nonostante l’interesse per le potenzialità del contributo che la disciplina potrebbe offrire ai contesti sanitari, molti sono ancora gli ostacoli che impediscono l’inserimento dello psicologo all’interno del team curante: si pensi ai reparti di oncologia, dove l’intervento psicologico non è ancora strutturato in maniera uniforme a livello nazionale, nonostante ne sia riconosciuta l’importanza (LEA, 2017). Tra i principali impedimenti, come sottolineato dalla dott.ssa Orthmann, si collocano la scarsità delle risorse economiche disponibili e la cultura che caratterizza i servizi di diagnosi e cura, che non promuove la collaborazione tra specialisti: “l’approccio multidisciplinare rappresenta il futuro, è sicuramente quello su cui bisogna più lavorare”, infatti “nella maggior parte dei casi questa interdisciplinarietà è più che altro garantita dalla buona volontà dei professionisti e solo in un numero ristretto è più strutturata”. Una maggiore e più organizzata collaborazione “permetterebbe al paziente di smettere di vagare da un professionista all’altro”.
 
In accordo con la Orthmann riteniamo che la complessità caratterizzante il dolore cronico e la ridotta conoscenza, ancora oggi, della sua natura e delle sue implicazioni, richiedano un approccio biopsicosociale. L’assunzione di una prospettiva complessa favorirà la costruzione di una cultura del dolore, che parta da un’informazione più chiara ed efficace rivolta a pazienti, familiari e clinici, per arrivare alla pianificazione di un percorso terapeutico personalizzato. Un simile approccio potrebbe contenere il rischio di identificazione del paziente con la propria patologia, fornendo gli strumenti e le strategie utili per imparare a convivere con la stessa.
 
L’augurio è che attraverso le azioni proposte nel Manifesto sul dolore e la promozione di nuove collaborazioni ci si muova in questa direzione.
 
Mara Lastretti e Manuela Tomai
Osservatorio di Psicologia in Cronicità dell’Ordine degli Psicologi del Lazio
 
Lucia Giardinieri e Annamaria Tupputi
Scuola di specializzazione Salute Sapienza università di Roma

18 ottobre 2021
© Riproduzione riservata

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