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Mancano infermieri. Eppure sembra così difficile prenderne atto

16 DIC - Gentile Dottore,
l’OCSE ha ricordato - ancora una volta - la carenza di infermieri in Italia, dove sono sempre troppo pochi: esattamente 5,7 per 1000 abitanti contro una media dei Paesi dell’Organizzazione di 8,2 e con tutti gli Stati del Nord Europa al disopra di 10 infermieri ogni 1000 abitanti: in pratica, il doppio. L’Italia è molto al di sotto di questo limite di dieci professionisti infermieri ogni mille abitanti, e questo sconfortante dato è lo stesso di Nazioni dell’Est europeo (Slovacchia, Cipro, Polonia, Lettonia, Bulgaria, Grecia, Serbia, Montenegro, Macedonia e anche della Turchia).
Con chiarezza, l’OCSE (che non è una associazione di Infermieri, né ha interessi diretti con gli infermieri stessi) afferma “…gli infermieri svolgono un ruolo fondamentale nel fornire assistenza negli ospedali e negli istituti di assistenza a lungo termine in circostanze normali, e il loro ruolo è stato ancora più critico durante il COVID-19 pandemia”.
 
Analizzare perché mancano infermieri in Italia è esercizio necessario, già fatto da tanti, e naturalmente chi scrive, poiché infermiere e poiché coinvolto nella rappresentanza di categoria, è di certo poco obiettivo nel riprendere concetti piuttosto noti. Semplicemente vorrei domandare perché la politica, in quanto ‘’gestione della cosa pubblica’’, non vuole procedere a superare questa situazione quando essa è documentata e certificata da un organismo internazionale super partes, che viene necessariamente sostenuto dalle Nazioni che lo compongono, e che lo fanno per ricevere indicazioni che possano orientarne le scelte strategiche. In sostanza, disponiamo di dati certi, seri: ma c’è qualcuno che li prende davvero in considerazione?
 
Dopo un periodo di scelte economiche sulle dotazioni delle strutture pubbliche da ‘’lacrime e sangue’’ oggi, semplicemente, non ci sono più abbastanza infermieri disponibili sul mercato occupazionale rispetto a quelli che servirebbero per ritornare ad una condizione di sicurezza (ancora cito i dati OCSE e non le opinioni di categoria); ne abbiamo riscontro quando esce uno dei rari concorsi ed a partecipare sono certamente in tanti, ma si tratta in gran parte di professionisti che sono già in servizio ‘’altrove’’, e che legittimamente tentano o di tornare a casa o di migliorare le loro condizioni di impiego, in genere spostandosi dal Privato al Pubblico.
 
Credo che gli infermieri e, più in generale, i professionisti sanitari tutti, non abbiano necessità di essere considerati eroi, ma di essere messi nelle migliori condizioni possibili per l’esercizio delle loro attività. Nell’interesse, si badi bene, non di queste donne e uomini, ma nell’interesse della società tutta che deve poter contare su un sistema sanitario adeguato.
 
E’ necessario che un tavolo tecnico urgente si attivi adesso, oggi (ed è già tardi) con esperti del nostro mondo e con i politici poiché i decisori sono questi ultimi, e che entro la partenza del prossimo anno accademico si costruiscano quelle condizioni che aumentino l’appeal verso la professione e permettano, fra tre anni e mezzo, di avere numeri all’altezza del bisogno: proprio come avvenuto nel 1990, quando l’allora Ministro della Sanità volle riconoscere il ruolo strategico degli infermieri con un corposo aumento di stipendio.
Nelle nuove strategie non vedrei solo il necessario adeguamento stipendiale verso le responsabilità ed i rischi della professione ed i disagi delle turnazioni (da attribuire naturalmente a tutte le categorie esposte ed a tutto il personale turnista, di ogni qualifica) ma soprattutto, e sempre con una ricaduta vantaggiosa per tutti i cittadini, l’inserimento di nuove strategie organizzative, dall’infermiere di famiglia e comunità alla attivazione di ambulatori infermieristici per la presa in carico delle cronicità: senza invadere i terreni e i campi di altri.
 
Altri dati evidenti, documentati, disponibili, e non opinioni sul tema? Eccoli: il Friuli Venezia Giulia con l’infermiere di famiglia e comunità già nel 2013 ricordava come gli accessi impropri ai Pronto Soccorsi si erano ridotti del 18,9% con la sperimentazione di questa funzione (cfr Governatore Renzo Tondo, FVG): quanto vale questo dato anche in termini economici? Certo: le ultime Leggi sull’emergenza indicano l’inserimento di 9.600 Infermieri in questa attività, ma sarà complicato reclutarli se devono essere oggi ‘’sottratti’’ ad altro contesto organizzativo; chi andrà al loro posto?
 
In questo periodo come ‘’soluzione ponte’’ non vedo e non posso pensare ad altro che al superamento di condizioni che, proprio a causa dell’epidemia in atto, sono diventate oggi antistoriche: va liberata la clausola dell’obbligo di esclusività per gli infermieri dipendenti ASL; vanno incentivati i turni in straordinario, i turni festivi e le attività aggiuntive.
 
Infine, cosa che certamente crea molti malumori anche solo a ricordarla come ‘’ipotetica’’, forse le necessità dell’ora dovrebbero spingere ad una seria analisi dei tassi di occupazione dei posti letto, privilegiando così le realtà che sono veramente operative, rispetto a quelle che sono attive per motivi non sempre chiari, con numeri spaventosamente bassi, ma con le loro brave organizzazioni (si tratta anche in questo caso di altri dati evidenti e trasparenti, come quelli OCSE, che sono a disposizione di tutti, ma che restano tali: soltanto numeri).
 
Chiuderei con una amara riflessione ed una domanda maliziosa: se non li utilizziamo, questi dati trasparenti e ‘’incondizionati’’, per orientare davvero le scelte, le azioni, le decisioni strategiche su vasta scala, pensando al futuro della nostra Sanità e quindi della società, con un respiro che superi il ‘’quotidiano’’: ma che cosa li ricordiamo a fare?
 
Francesco Falli
Presidente OPI La Spezia

 

16 dicembre 2020
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