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Salute mentale: non è solo una questione di contenzioni

05 SET - Gentile Direttore,
l’incendio nel reparto di psichiatria dell’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo ha sollevato un dibattito che ha travalicato i confini orobici e abbiamo letto commenti provenienti da tutta Italia sulla vicenda ed in particolare quasi tutti concentrati sul tema della contenzione. Riteniamo che parte di questa discussione sia viziata da eccessiva semplificazione, luoghi comuni e da un briciolo di portato ideologico che nei fatti è stato superato dalla storia, quanto meno nelle strutture della nostra provincia.

Il 19 febbraio di quest’anno avevamo inviato una segnalazione all’ATS di Bergamo e per conoscenza alle tre ASST orobiche ponendo l’attenzione in particolare su: sovraffollamento degli SPDC, inattualità degli accreditamenti regionali non solo in tema di quantità di personale e scarsa valorizzazione delle strutture territoriali legate al mondo della psichiatria.

Questa vicenda, oltre che stimolare la sacrosanta richiesta di individuare le specifiche responsabilità sull’accaduto, sarebbe utile diventi uno stimolo per “fare un passo indietro” rispetto alla quotidianità dei problemi ed allargare lo sguardo sull’intero sistema della salute mentale, partendo dall’analisi di ciò che oggi rappresenta questo mondo.


Sempre più spesso i dipartimenti di salute mentale, ed in particolare gli SPDC, sono contenitori di situazioni di disagio molto differenti tra loro ed in diversi casi, soluzioni tampone a casi che dovrebbero trovare risposta in luoghi completamente diversi. Esiste poi un’area di disagio che necessità di una maggiore specializzazione dei percorsi terapeutici, come per esempio quello legato all’abuso di sostanze o al tema dell’accoglienza dei migranti, tema quest’ultimo che purtroppo recenti scelte politiche hanno pensato di risolvere con la logica della chiusura, culminata nei due sciagurati decreti cosiddetti “sicurezza”.

Pensare di condensare la discussione all’interno della semplice dicotomia “contenzione sì – contenzione no” penso sia quantomeno errato; senza poi entrare nel merito di alcune dichiarazioni che si sono limitate a correre a sbandierare la propria contrarietà all’utilizzo della contenzione, citando esperienze che l’hanno eliminata dai propri protocolli e linee guida, ma senza verificare che in molti di quei casi ad essere eliminata è stata la contenzione fisica e sostituita da quella farmacologica.
Pensiamo invece vada fatta una riflessione un poco più seria.

Riteniamo vada messa mano ai criteri minimi di accreditamento dei reparti di SPCD, prevedendo un aumento del personale, anche tramite l’obbligo di presenza di professionisti con competenze specifiche quali educatori e terapisti della riabilitazione psichiatrica e lavorando altresì sugli aspetti strutturali e strumentali di questi reparti. Occorre inoltre lavorare per rafforzare la rete territoriale, intesa come l’insieme di tutti i soggetti pubblici e privati che lavorano sul tema della salute mentale (comunità, cps, associazioni, assistenza sociale, etc...), in modo che ’ospedalizzazione non sia l’unica e più veloce risposta a un fenomeno così complesso; non è possibile che alcuni pazienti/utenti, terminata la fase dell’acuzie, passino mesi all’interno di questi reparti perché non esistono situazioni diverse. Occorre dunque investire risorse maggiori per costruire più efficaci percorsi di cura ed in totale sicurezza per il personale che lavora in questi servizi.

La FP CGIL di Bergamo, come già espresso nella citata lettera del 19 febbraio, rinnova il proprio interesse a che si apra formalmente questa discussione, a tutela degli utenti e di tutto il personale del settore.

Roberto Rossi
Fp Cgil Bergamo


05 settembre 2019
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