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QS Edizioni - sabato 20 ottobre 2018

Lettere al Direttore

L’Italia non è un Paese per medici

immagine 26 aprile - Gentile Direttore,
c’è un senso di frustrazione che accompagna oggi il nostro essere medico ed è legato alla percezione che il lavoro che ci siamo scelti e che amiamo è considerato sempre meno, trasformato in lavoro impiegatizio  con l’intendo non troppo nascosto di renderlo  facilmente sostituibile. Così che una delle  professioni più ambite di sempre  sta entrando in crisi  e si cominciano a vederne i segni.
 
Reggere a dei carichi lavorativi abnormi  lavorando  in continua emergenza per far fronte alle carenze di organico si sta rivelando talmente sfibrante da far sì che molti colleghi decidono di abbandonare anzitempo il lavoro per dedicarsi ad altro.
 
E’ il fenomeno che il Vicepresidente Fnomceo nonché Presidente Omceo veneziano, Giovanni Leoni  definisce come “L’autodimissione dei medici dagli ospedali”, descritto egregiamente in un a sua lettera inviata a questo quotidiano che  nel giro di pochi giorni ha raggiunto quasi 10.000 condivisioni, segno di un problema decisamente molto sentito.
 
Si chiede Leoni: “Fino a quando si regge a questa vita, fino a quando le personali motivazioni etiche e morali ti fanno reggere il ritmo? La tua coscienza, il senso del dovere? E quanto valgono di fronte al fatto che nessuno di quelli che dovrebbero ti apprezza per quello che fai ma anzi ti sfrutta senza remore, ti ridicolizza con lo stipendio bloccato da 10 anni, con la reperibilità notturna e festiva pagata un euro  netto all’ora?”.
 
Alla percezione di non essere apprezzati si aggiunge infatti una retribuzione ferma da anni  con prospettive di guadagno sempre minori  per cui viene meno anche un altro dei motivi che rendevano attraente la nostra professione.
 
Così oltre all’autodimisisone si assiste ai concorsi che vanno vuoti soprattutto per le specialità dove il rischio medico legale si fa più pressante.
Il medico è un mestiere in crisi.
 
Eppure se vantiamo uno dei sistemi sanitari  migliori è proprio grazie a chi ci lavora , in primis i medici: “Senza i medici e senza i professionisti della sanità non c’è servizio sanitario nazionale” ha affermato il presidente Fnomceo Anelli.
 
Eppure chi dirige e  amministra la sanità ritiene di poterne fare a meno, o comunque di poter disporre dei medici come meglio crede, senza l’ascolto che si dovrebbe riservare a chi opera sul campo e fa un lavoro intellettuale complesso.
 
Parafrasando il titolo di un famoso film si potrebbe dire che l’Italia “non è un Paese per medici”, non più e non ora, perché è un Paese che non sa valorizzare chi costituisce il cuore di tutto il sistema sanità.
 
Il problema non sembra essere percepito completamente dai giovani che in massa provano il test di medicina ancora attratti da una idea di professione affascinante.
 
Il problema viene colto appena uno si affaccia alla professione. Spesso i giovani medici lavorano per molti anni ricoprendo mansioni anche molto impegnative per compensi miseri. Ci sono giovani colleghi che lavorano per 10 euro lordi all’ora. Basta pensare a quei giovani medici assunti da “cooperative” che vengono mandati a lavorare a “gettone” nei Pronto soccorso o nelle ambulanze, con un rischio  medico legale  enorme sulle loro spalle ,data la loro scarsa esperienza ed enorme responsabilità.
Chi può scappa all’estero dove i compensi sono 2-3 volte quelli italiani. Chi resta è destinato a peregrinare da un posto all’altro  con contratti  molto flessibili  e limitati (da 6 mesi a qualche anno).
 
E poi se il medico è donna (e lo è ormai il 70% degli iscritti a Medicina) il futuro è ancora meno allettante e la possibilità di mettere su famiglia e fare un figlio  richiede una determinazione notevole (basti pensare per esempio che le giovani colleghe in gravidanza non vengono sostituite negli ospedali lasciando tutto il carico lavorativo nelle spalle di chi resta).
 
No, l’Italia non è un Paese per medici.
A  questo si aggiunge il grave problema delle  aggressioni ai medici, fenomeno in costante aumento e di difficile eradicazione  nonostante la lodevole campagna di sensibilizzazione partita dall’Omceo di Bari e fatta propria dalla Fnomceo con il titolo “Chi aggredisce un medico, aggredisce se stesso” e il recente appello del segretario Nazionale della Fimmg Scotti, che ha scritto una lettera aperta ai cittadini  con l’hastag#picchiateMe.
 
Non è un paese per medici un paese che consente che questo accada, che permette che chi va al lavoro possa essere aggredito, violentato, financo ucciso facendo semplicemente il proprio lavoro. 
 
Né è ipotizzabile, come dice il dr. Panti nel suo articolo (QS 23 aprile) che   la perdita di prestigio della professione sia riconducibile a  una mancanza di ritualità che vede nell’indossare il camice e visitare il paziente i simboli più alti e a suo modo di vedere disattesi dai medici.
 
Per me e per i tanti  medici che vivono ogni giorno in trincea ,in realtà è stata tolta la possibilità di un tempo adeguato per  visitare e ascoltare a fronte di un impegno sempre maggiore per adempimenti burocratici e controlli amministrativi così che , quello che viene a mancare non è il  rito , ma la sostanza stessa dell’essere medico e questo  non per volontà dei medici ma di chi da anni sta trasformando la nostra professione intellettuale in professione impiegatizia.
 
E’ necessario come ha detto dalle pagine di questo giornale (QS 27 aprile) il dott. Oliveti Presidente dell’Enpam “rilanciare con forza la cultura del concetto di tempo clinico: tutto il tempo necessario per sostanziare un rapporto e una relazione di fiducia tra la persona che ha un problema di salute e quella che si propone di aiutarlo” ma  questo non sembra possibile finché continuerà ad essere l’economia a guidare la sanità e a dettarne le regole.
 
No il nostro non è un Paese per medici, non più, non ora.
 
Ornella Mancin
Medico di famiglia
Cavarzere (VE)
 
26 aprile 2018
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