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QS Edizioni - domenica 24 ottobre 2021

Lettere al Direttore

Medici di famiglia. Perché è tempo di passare alla dipendenza con una nuova organizzazione

di Giuseppe Chesi
immagine 6 ottobre - Gentile direttore,
ho letto con interesse in questi ultimi giorni diverse prese di posizione e le varie proposte finalizzate a riformare l’asse portante della nostra medicina territoriale e cioè il ruolo e la funzione dei medici di famiglia. Ho notato come, specie da parte delle organizzazioni sindacali dei medici di famiglia la questione venga prevalentemente portata non tanto sul piano organizzativo, quanto sul piano riguardante l’impegno e la competenza degli stessi professionisti.
 
Credo che invece la questione sia essenzialmente da affrontare sul piano meramente organizzativo. Un piano organizzativo che tenga conto delle profonde modifiche che si sono sviluppate all’interno della nostra società negli ultimi 20 30 anni e che rendono necessaria una revisione dell’attuale assetto.
 
Sono essenzialmente tre gli elementi, le cui modifiche abbastanza tumultuose negli ultimi 15/20 anni rendono necessaria anche una modifica delle risposte sanitarie.
 
Il primo cambiamento riguarda i ritmi e i tempi della nostra società che hanno subito una incredibile accelerazione, a partire dall’era del boom economico; il secondo cambiamento riguarda i progressi sia di conoscenze che di tecnologia e di armamentario terapeutico che la medicina ha prodotto in questo lasso di tempo; il terzo elemento riguarda la diffusione ormai inarrestabile degli strumenti di comunicazione di massa, siano essi i media piuttosto che i social in grado di diffondere notizie e conoscenze non di rado in maniera non corretta dal punto di vista scientifico e talora anche fazioso a un’ampia platea di popolazione.
 
In questo contesto il medico di famiglia vecchio stile con i suoi assistiti, con il suo studio, con il suo modo di lavorare da solo appare come figura anacronistica. E il suo status di libero professionista in questi anni ha fatto sì che le varie proposte finalizzate a creare un associazionismo tra diversi medici, le tanto sbandierate medicine di gruppo, abbiano prodotto soltanto piccole modifiche, talora significative, ma più spesso insignificanti, in quanto si traducevano il più delle volte in un mettere insieme studi e segretaria, ma senza in realtà un lavoro veramente in comune e collaborativo.
 
La pandemia da COVID in maniera molto tumultuosa ha scoperchiato questa inadeguatezza del modello attuale. Conosco diversi medici di famiglia che ho avuto modo in questi anni di apprezzare dal punto di vista del profilo umano ed anche dell’impegno e quindi non è un problema di impegno e di capacità dei singoli. Il problema è che di fronte a sfide come quella della pandemia si è visto chiaramente come solo modello organizzativo ben strutturato può reggere.
 
Nella fase più acuta della pandemia infatti ciò che ha impedito un collasso totale del sistema sanitario nazionale, a cui per la prima volta eravamo andati molto vicini, è stata la organizzazione ospedaliera. E questo sicuramente non perché gli ospedalieri siano più bravi dei medici di famiglia, ma perché un’organizzazione basata su un modello di tipo gerarchico, di medici dipendenti, è stata in grado di rimodularsi in tempi discretamente rapidi per adattarsi a dare risposte, non facili,nei diversi momenti nei quali le ondate dell’epidemia si facevano più forti.
 
L’esempio della pandemia ha dimostrato come soltanto un modello organizzativo forte, ben strutturato e basato sulla definizione precisa di compiti e responsabilità che soltanto una scala gerarchica può pienamente comprendere è in grado di fornire risposte adeguate alla complessità dei problemi.
 
Oggi per riuscire a vincere le sfide che la sanità del III Millennio potrà presentare, una profonda modifica dell’organizzazione della medicina territoriale non è più rinviabile. Un passaggio alla dipendenza che sicuramente dal punto di vista sindacale può essere visto in maniera negativa in quanto il medico di famiglia potrebbe perdere parte della sua attuale libertà di organizzare il lavoro, però rimane l’unica soluzione per un vero cambiamento.
 
Un modello organizzativo che preveda unità mediche territoriali, integrate con il sistema infermieristico domiciliare e, perché no, con una specialistica ambulatoriale che dall’ospedale si sposti sul territorio. Nuclei multiprofessionali e multidisciplinari che potrebbero trovare la loro collocazione nell’ambito delle case della salute, organizzati in maniera gerarchica con precisi compiti e responsabilità, in grado di mantenere un ambulatorio aperto per le urgenze di minore gravità H12, in grado di gestire anche con strumenti nuovi ciò che oggi una medicina moderna richiede, quindi ecografie di primo livello, un piccolo point of care laboratoristico, etc.
 
Tutto questo non necessariamente senza abolire il concetto di propri pazienti. Cioè il fatto che il singolo medico del gruppo possa avere un un proprio numero di pazienti sui quali praticare una vera medicina di iniziativa e cioè tutte quelle misure di controlli prevenzione e screening finalizzati alle modifiche dello stile di vita e l’intercettamento precoce di patologie potenzialmente gravi.
 
Tutto questo con il vantaggio di poter confrontarsi e gestire insieme anche i pazienti più complessi e più impegnativi, senza necessariamente doverli affidare ad una gestione ospedaliera. Avendo avuto in questi anni modo di effettuare diverse lezioni ai corsi di preparazione per i futuri medici di medicina generale, ho la percezione che molti di loro siano pronti per questo salto organizzativo ed anzi lo auspichino in quanto potrebbe consentire loro di lavorare non da soli, con maggiori stimoli professionali utilizzando anche strumenti diagnostici come la ecografia di base, ormai diventati insostituibili nelle mani dei sanitari.
 
Al di là di anacronistiche difese di sapore molto campanilistico è questa oggi la profonda sfida che ci attende. Passare da un modello sanitario ospedalocentrico a un modello sanitario molto più attuale è molto più profondamente radicato sul territorio.
 
Giuseppe Chesi
Già direttore Dipartimento Internistico, AUSL di Reggio Emilia
6 ottobre 2021
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