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QS Edizioni - martedì 7 luglio 2020

Studi e Analisi

Combattere l’infodemia non vuol dire, solo, eliminare le fake news

immagine 20 maggio - Se da una parte è utile mettere a punto sistemi di controllo delle notizie in modo da eliminare i contenuti falsi ed antiscientifici, dall’altra è necessario che siano le informazioni corrette ad assumere maggiore rilevanza
Se in occidente pensavamo che il capitolo delle malattie infettive fosse chiuso per sempre, e che le pandemie fossero di pertinenza cinematografica, ci sbagliavamo alla grande. A marzo 2020 il mondo ha dovuto fare i conti con ben due pandemie: la prima da coronavirus e la seconda da informazioni, chiamata per l’appunto “infodemia”.
 
Opinioni, prime esperienze cliniche, articoli scientifici, preprint hanno esondato dai contesti a loro prima dedicati, per invadere le maggiori piattaforme social. “Catene” di messaggi e note vocali su whatsapp hanno dominato i primi momenti della pandemia, terrorizzando chi li riceveva. Un fenomeno interessante è il gruppo Facebook “Coronavirus, Sars-Cov-2 e Covid-19 gruppo per soli medici” che conta quasi 100.000 iscritti e che, nomen-omen, dovrebbero essere tutti professionisti della salute. Il livello di attività di questo gruppo, è stato altissimo e recentemente ha contribuito alla produzione di un documento di pratica clinica .
 
I social media inoltre, hanno funto da “arene” virtuali per le personalità di spicco in campo scientifico: Roberto Burioni, virologo e divulgatore richiestissimo nelle trasmissioni TV, creatore del sito web Medical Facts; Pier Luigi Lopalco, responsabile del coordinamento epidemiologico della regione Puglia; Enrico Bucci, biochimico e cacciatore di frodi scientifiche.
 
La contrapposizione mediatica di questi ormai “medstars” ha dato un (a volte triste) spettacolo, e Facebook e Twitter sono stati le casse di risonanza dei loro colpi di fioretto. Esempio famoso è stata la querelle tra Maria Rita Gismondo, “la signora del Sacco”, e Burioni che così l’ha definita, criticandola per aver definito l’epidemia “poco più che una semplice influenza”.
 
Questa confusione comunicativa si è riverberata anche a livello istituzionale, soprattutto durante le prime settimane. Beppe Sala, sindaco di Milano, all’inizio della pandemia lancia l’hashtag #milanononsiferma, ma dopo un mese si scusa per averlo condiviso, per lasciare il posto a #fermiamoloinsieme, hashtag ufficiale della campagna di sensibilizzazione della Regione Lombardia. Una debacle.
 
L’idea che l’informazione della popolazione non sia un obiettivo specifico di un/nessun ente, lascia che questa sia presa in carico da chiunque, anche persone o enti autorevoli che sentono il dovere, e si assumono il diritto, del compito di informare i cittadini creando in realtà una maggiore incertezza. Al crescere di quest’ultima, si sono moltiplicati gli interventi sulle varie piattaforme e la loro azione polarizzante sulla popolazione. I “facts” sono diventati oggetto di opinione e di schieramento: team influenza o team pandemia?
 
Se la connessione “social” facilita lo scambio di informazioni, moltissimi dubbi rimangono su cosa andrebbe condiviso e cosa no. La scienza richiede tempi lunghi per confermare i suoi risultati, tempi proporzionali alla responsabilità delle scelte che questi risultati influenzano. L’immediatezza della condivisione che caratterizza i social media e il bisogno psicologico di risposte potrebbero essere un cocktail esplosivo per la “bad science”.
 
La sensazione è quella che sian state date in pasto all’opinione pubblica informazioni tecniche che possono essere utili alla costruzione di conoscenza solo dagli addetti ai lavori perchè detentori di un background di studio costruito negli anni, e dunque non comunicabile tramite i 120 caratteri di Twitter.
 
Tuttavia i social media hanno un ruolo preponderante nelle nostre routine quotidiane e non possono essere messi da parte se si parla di veicolare un messaggio che ha il potenziale di salvare vite. Nel 2018 l'Oms ha creato delle linee guida che mirano a consegnare agli Stati membri, ai partner e alle parti interessate coinvolte nella preparazione e nella risposta alle emergenze, una guida generale basata su prove e aggiornata su come la comunicazione del rischio dovrebbe essere praticata in caso di emergenza.
 
Secondo queste linee guida, i social media e i media tradizionali hanno un ruolo all’interno di una strategia integrata con altre forme di comunicazione per raggiungere la convergenza di informazioni verificate e accurate. Per esempio, nell’attività di “myth busting” l’uso di hashtags già circolanti su un dato argomento si è dimostrato utile per fornire aggiornamenti rapidi, neutralizzando le “fake news”.
 
La comunicazione del rischio è parte integrante di qualsiasi risposta in emergenza. Informazioni accurate fornite tempestivamente, spesso, in lingue e canali che la gente comprende e usa, consentono alle persone di fare scelte e intraprendere azioni per proteggere se stessi, le loro famiglie e le comunità dai rischi per la salute. I socials possono essere usati per diffondere informazioni affidabili e per verificare quelle circolanti, per dissipare le dicerie e la disinformazione durante le crisi sanitarie e questo è importante in particolare nei casi in cui la popolazione si rivolge online ai pari per trovare più informazioni di quelle diffuse dai messaggi ufficiali del governo.
 
Le agenzie governative e i partner attuatori devono formare, impiegare e pagare funzionari dedicati ai social media al fine di costruire relazioni con le parti interessate e utilizzare i social media in modo coerente per creare fiducia e credibilità prima, durante e dopo le emergenze.
 
Per costruire la fiducia, gli interventi di comunicazione del rischio dovrebbero essere collegati a servizi funzionanti e accessibili, essere trasparenti, tempestivi, di facile comprensione, riconoscere l'incertezza, affrontare le popolazioni colpite, essere diffusi utilizzando più piattaforme, metodi e canali. Il rischio non dovrebbe essere spiegato in termini tecnici, ma in maniera semplice ed efficace per consentire alle persone maggiormente esposte di comprendere e adottare comportamenti protettivi.
 
Combattere l’infodemia non vuol dire, solo, eliminare le fake news. Se da una parte è utile mettere a punto sistemi di controllo delle notizie in modo da eliminare i contenuti falsi ed antiscientifici, dall’altra è necessario che siano le informazioni corrette ad assumere maggiore rilevanza.
 
Una buona comunicazione del rischio permette di effettuare prevenzione in ambito sanitario e di conseguenza salvare vite umane, ed è importante riconoscere il suo ruolo nella gestione delle emergenze, in maniera da non farci trovare impreparati nella eventualità di una prossima (speriamo non così prossima) pandemia.
 
Manuel Maffeo, Carlo Alberto Vignoli, Claudia Gallana, Andrea Cinnirella, Marco Menicacci, Francesca Grosso
Centro di Ricerca ed Alta Formazione in Health Administration, Università di Milano


 
20 maggio 2020
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