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Piemonte. Riforma ospedaliera. Sindaci contro le chiusure. Ed inizia la guerra dei "Tar" 

Il presidente Chiamparino non ha utllizzato toni teneri verso i sindaci che hanno annunciato di ricorrere al Tar contro la delibera regionale. "Una pubblica amministrazione in lite non fa accordi". Intanto il fronte dei 'rivoltosi' cresce e già include tutto l'Astigiano e il Tortonese. Obiettivo dell'amministrazione è, invece, risparmiare almeno 400 mln in tre anni riducendo gli sprechi

05 GEN - La riorganizzazione delle rete ospedaliera piemontese è ancora aperta “ad aggiustamenti da effettuare a parità di risorse, tempi e qualità del servizio”. Tuttavia “una pubblica amministrazione in lite non fa accordi: chi vorrà ricorrere al Tar è legittimato a farlo, ma poi bisognerà aspettare di vedere cosa dicono i giudici. C’è un rapporto inversamente proporzionale tra le probabilità di aggiustamento e la modalità dei ricorsi. Noi siamo abituati a ragionare con le amministrazioni locali dal punto di vista politico. Altrimenti a la guerre comme a la guerre". Sono le valutazioni espresse dal governatore Sergio Chiamparino, nel corso della consueta conferenza di fine anno, che replica così alla scelta, annunciata da alcuni sindaci, di ricorrere al Tar contro il nuovo piano sanità.

Il ricorso sarà presentato certamente dal sindaco di Tortona, Gianluca Bardone, che verrà appoggiato da tutti gli amministratori del Tortonese per un totale di circa 40 Comuni. Sulla stessa lunghezza d'onda anche il primo cittadino di Asti, Fabrizio Brignolo, iscritto al Pd. “Abbiamo preparato dodici schede in cui illustreremo, reparto per reparto, i danni che si arrecherebbero ai cittadini piemontesi attuando la delibera regionale. Dimostreremo che il trasferimento di reparti da Asti ad Alessandria è impossibile perché quest’ultimo ospedale è già saturo e per costruire e attrezzare nuovi locali ci vorrebbero milioni di euro che non sono previsti in nessun atto della Regione”. Valutazioni condivise pienamente da numerosi sindaci dell’Astigiano (da Nizza a Canelli), dove si sta compattando un fronte unico sul modello del Tortonese.


La polemica è aspra, ma c’è chi tenta di ricucire lo strappo e di trovare una mediazione. Rita Rossa, sindaco di Alessandria, ha convocato una serie di incontri tra il 12 e il 19 gennaio per avviare una confronto tra i sindaci in rivolta da una parte e Fulvio Moirano e Antonio Saitta dall’altra. Data cruciale resta comunque quella del 14 gennaio, quando il Ministero si esprimerà sul piano di riorganizzazione della rete ospedaliera elaborato dalla giunta regionale. “Solo dopo quella valutazione – ha spiegato Moirano – Saremo in grado di sapere se si possono fare correzioni e dove, consapevoli tuttavia che il saldo complessivo deve restare invariato”.

Nel frattempo però la mobilitazione si estende anche alla società civile. A Vercelli il comitato ‘Salviamo l’ospedale Sant’Andrea’, istituito da un gruppo di cittadini, ha raccolto circa mille firme contro la riforma, poiché si teme la chiusura di strutture complesse come Pneumologia, Malattia Infettive e Diabetologia. I principali timori di chi si oppone alla riforma riguardano dunque la possibile dismissione di alcune strutture e il declassamento di altre. Dal canto suo, l’amministrazione guidata da Chiamparino conta di ridurre all’osso gli sprechi e di risparmiare almeno 400 milioni in tre anni, da investire in nuove tecnologie, personale ed edilizia sanitaria.

Ma cosa prevede nel dettaglio la delibera regionale da cui scaturisce la riorganizzazione? Innanzitutto la classificazione delle strutture ospedaliere piemontesi in tre livelli a complessità crescente: presidi ospedalieri di base, con bacino di utenza compreso tra 80.000 e 150.000 abitanti, prevedendo il mantenimento di presidi con funzioni ridotte di pronto soccorso per zone particolarmente disagiate ovvero distanti più di 90 minuti dai centri hub o spoke di riferimento o 60 minuti dai presidi di pronto soccorso; presidi ospedalieri di I livello, con bacino di utenza compreso tra 150.000 e 300.000 abitanti; presidi ospedalieri di II livello, con bacino di utenza compreso tra 600.000 e 1.200.000 abitanti.

E un’organizzazione dei posti letto con una dotazione ospedaliera ad un livello non superiore a 3,7 posti letto per mille abitanti, comprensivi di 0,7 posti per mille abitanti per la riabilitazione e la lungodegenza post-acuzie, tenendo conto della mobilità sanitaria inter-regionale e definendone un parziale recupero nel periodo di vigenza del provvedimento stimato nella quota del 20%, favorendone la distribuzione in linea con il fabbisogno per il bacino di utenza di ogni area omogenea.
 
Gennaro Barbieri

05 gennaio 2015
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