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Amr. In Piemonte urge un’infrastruttura informatica per valorizzare la già forte sensibilità sulle resistenze antibiotiche

Anche per garantire appropriatezza e ottimizzazione della stewardship. Lascia però ben sperare la presenza in Piemonte di una rete interdisciplinare di professionisti abbastanza coesa. Non ci sono sostanziali “rivalità” ma, semmai, il corale auspicio di avere strumenti per operare al meglio su tutto il territorio. Prosegue il viaggio di approfondimento di Quotidiano Sanità in alcune regioni italiane per indagare sulla governance dell’antimicrobico resistenza

13 NOV -  Il Covid-19 è nemico dell’AMR. Non solo in termini di complicanze dal punto di vista clinico ma anche dell’organizzazione dei servizi, della stewardship e della sintesi operativa tra professionist. 
È la condivisa constatazione dei clinici e stakholder che nei giorni scorsi hanno partecipato alla tappa Piemontese del viaggio di approfondimento di Quotidiano Sanità in alcune regioni italiane e che fa parte del più ampio progetto di indagine sulla governance dell’antimicrobico resistenza nel nostro paese sostenuto incondizionatamente da Msd.
La Regione Piemonte, infatti, ha un Piano abbastanza organico per il buon uso degli antibiotici. Con la DGR n. 113 del 16 maggio 2019 la Regione si è dotata del “Piano Regionale per il contrasto dell’Antibiotico-Resistenza 2019-2020”, coerente con il PNCAR, che ha come obiettivo principale quello di individuare e rendere stabili le attività di sistema, cioè quelle attività che sono indispensabili e presupposto per la programmazione.
Ma la pandemia non ha consentito di implementare questa attività che non riguarda solo il controllo dell’uso degli antibiotici ma comprende tutta la partita dell’infection control nosocomiale oltre ad una complessa serie di attività correlate fondamentali che spaziano dalla comunicazione alla formazione dei professionisti. Se, infatti, nell’ultimo decennio in Italia le infezioni dovute a cure mediche sono salite a 12,4 casi ogni 100 mila dimissioni, con un aumento del 79% rispetto al 2007, la Regione Piemonte con un valore pari a 39,5 per 100 mila dimissioni, si configura tra le Regioni con maggiore prevalenza di infezioni nosocomiali.

All’incontro piemontese hanno partecipato Laura Poggi, Responsabile regionale per la politica del farmaco, Maria Carmen Azzolina, Direttore sanitario AO Mauriziano di Torino, Francesco Giuseppe De Rosa, Direttore Malattie Infettive – Città della Salute Torino, Andrea Rocchetti, Direttore Microbiologia Azienda ospedaliera Alessandria, Giorgia Montrucchio, Servizio di Anestesia e Rianimazione Città della salute e della Scienza di Torino, Roberto Raso, Dirigente SEREMI – Asl Alessandria e Giacoma Cinnirella – Direttore farmacia PO Amedeo di Savoia.

Fortunatamente in pressoché tutte le strutture ospedaliere della regione i CIO operano ormai da lungo tempo anche se, in particolare negli ospedali più grandi, l’esigenza di implementazione di personale dedicato si fa sentire. Manca ancora, inoltre, uno dei mattoni fondamentali per un reale controllo e monitoraggio day by day che, come in altre regioni, significa carenza di un’infrastruttura informatica in grado di accogliere e restituire dati in maniera omogenea su tutto il territorio. Una mancanza che tuttavia non mina l’oggettiva volontà delle Regione di non perdere il filo di questa vera e propria emergenza di sanità pubblica testimoniata dall’aver indicato ai Direttori generali delle Aziende ospedaliere e Sanitarie obiettivi specifici sull’appropriatezza nella prescrizione e consumo di antibiotici. Un vero e proprio approccio strutturale oltre che strategico, messo oggi un po’ in secondo piano, come accennato, dall’emergenza pandemica.
In Regione Piemonte si registrano valori di resistenza per MRSA (35,4% vs. 32,3%), VRE (23,1% vs. 20,3%) e CRKP (36,9% vs. 32,7%) superiori rispetto alla media nazionale ad eccezione del CREC (27,8% vs. 30,9%).
Ma al peso epidemiologico deve associarsi anche l’elevato peso economico e sociale dovuto alle AMR che viene stimato, soltanto nell’Unione Europea, considerando i costi diretti sanitari e quelli indiretti associati alle perdite di produttività, in circa 1,5 miliardi di euro all’anno.
In Italia, si registra un impatto economico attribuibile all’AMR pari a circa 320 milioni di € che, in assenza di specifici interventi di Sanità Pubblica volti a ridurre il fenomeno, si attesterà attorno ai 2miliardi di € nel 2050.

Le ICA comportano sia un aumento dei costi indiretti legati alla perdita di produttività sia dei costi diretti sanitari legati principalmente all’aumento delle giornate di degenza in ospedale. L’incremento della degenza dovuta a infezioni varia sensibilmente in funzione dell’infezione riscontrata,
passando da 1,9 giorni per le infezioni da Escherichia coli a 8,9 per le infezioni intestinali da Clostridium difficile.

Valorizzando quindi le infezioni mediante la stima delle giornate aggiuntive per singolo DRG, si ottiene un impatto economico per il sistema che si aggira tra i 448 e i 597 milioni di euro all’anno (considerando un costo per giornata di degenza pari a 600 euro e 800 euro, rispettivamente valori di minimo e massimo riportati in letteratura).
E ricalibrando tale dato a livello regionale, si stima un impatto economico annuo per il SSR in Regione Piemonte che varia tra 32,3 e 43,1 milioni di euro all’anno.
Sul fronte del consumo antibiotico In Piemonte i consumi ospedalieri di antibiotici sistemici hann omostrato un sostanziale incremento nel corso del 2018 passando dalle 81,9 DDD/100 giornate di degenza del 2017 alle 94,9 del 2018 (+15,9%), valore ben oltre la soglia della media nazionale (77,7 DDD/100 giornate di degenza). L’incremento maggiore è stato riscontrato nel consumo di carbapenemi (+200%), seguiti dai fluorochinoloni (+22,3%).
 
Lascia però ben sperare, al di là dell’emergenza, la presenza in Piemonte di una rete interdisciplinare di professionisti abbastanza coesa. Non ci sono sostanziali “rivalità” ma, semmai, il corale auspicio di avere strumenti per operare al meglio su tutto il territorio. E questo non soltanto in termini di disponibilità di farmaci innovativi ma anche di tecnologie e laboratori attivi 7/7 (se non H24…) per garantire la massima appropriatezza prescrittiva nell’uso delle molecole di nuova generazione certamente più costose ed efficaci in molte situazioni. Un’attenzione all’appropriatezza che, secondo i convenuti, dovrebbe spingersi ancora più avanti con la definizione di veri e propri protocolli operativi, a cominciare dal PDTA sulla Sepsi che non è mai decollato. Questo, peraltro, eviterebbe situazioni al limite, in cui si è dovuto addirittura ricorrere ad un utilizzo “off label” dei nuovi antibiotici. peraltro, nell’ambito di una definizione chiara dei percorsi terapeutici e in costanza di una formazione adeguata non esistono nemmeno particolari preclusioni alla prescrizione/somministrazione da parte di altri clinici come, in primis, gli Anestesisti rianimatori che, come gli altri clinici, sono peraltro ben consapevoli che i nuovi antibiotici vadano protetti con l’appropriatezza ma senza demonizzare strategie di utilizzo, anche empiriche, soprattutto in setting emergenziali. La collaborazione tra professionisti è ritenuta fondamentale anche, per esempio, per attivare dei processi clinici come quello della “de-escalation therapy” che porta, appunto, a una revisione della terapia abbastanza frequente a favore di un utilizzo più corretto dell’antibiotico.
 
In tema di vaccinazioni, che molto aiuterebbero nel diminure i ricoveri dei pazienti più fragili, permane invece ancora diffidenza e poca informazione, anche tra gli operatori sanitari. Lo dimostrano le percentuali di sanitari vaccinati molto basse ma anche le coperture, per esempio, contro Zoster e Pneumo che sono offerte gratuitamente ma non sfruttate in maniera ottimale. A tal proposito, i partecipanti hanno auspicato che venga in qualche modo cavalcata la maggiore consapevolezza (nei cittadini come nei sanitari) che si sta registrando nei confronti delle emergenze infettive utilizzando la pandemia come una sorta di “cavallo di Troia” dell’informazione a tutto campo sulle malattie infettive prevenibili con la vaccinazione.
 

13 novembre 2020
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