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Come combattere la fragilità in diverse condizioni ciniche e sociali

di Endrius Salvalaggio

I primi risultati di un progetto dell'Università di Verona. Sono state oltre 600 le persone analizzate in Veneto in situazioni di vulnerabilità. Tra le situazioni esaminate quella dei giovani affetti da sclerosi multipla, dei pazienti con Malattia di Parkinson, delle persone affette da esiti di ictus cerebrale cronico, della popolazione in età avanzata e a rischio di fragilità età dipendente e dei migranti richiedenti protezione internazionale

07 NOV -

Sono stati resi noti i primi dati del progetto iniziato nel 2018 che ha analizzato la situazione di fragilità di oltre 29mila persone in tutta Italia, 600 in Veneto. Obiettivo del progetto quello di comprendere l'interazione tra comportamenti, aspetti motivazionali e psicobiologici in diverse fasi e condizioni della vita, in particolare nelle situazioni di malattia neurodegenerativa e/o di disagio psichico.

Per questo studio è stato adottato un approccio esteso che ha compreso l'approfondimento delle conoscenze sui meccanismi molecolari, strutturali e funzionali – fisiologici e cognitivi - che consentono il mantenimento di buone condizioni di salute. Ricerca coordinata dal dipartimento di neuroscienze, biomedicina e movimento dell’Università di Verona.

Per implementare le acquisizioni scientifiche e trasferirle nella pratica clinica in relazione con le persone, il progetto si è quindi articolato su 5 linee di ricerca di vulnerabilità: giovani con sclerosi multipla, malati di Parkinson, persone affette da esiti di ictus cerebrale cronico, individui di età avanzata e a rischio di fragilità età dipendente, e migranti richiedenti protezione internazionale.

“Il nostro studio, svolto in cinque linee di fragilità e su quattro aree di sviluppo: l’area biologica, l’area clinica e medica, l’area psicologica e l’area motoria – spiega Lidia Del Piccolo, professoressa ordinaria di psicologia clinica presso il dipartimento di neuroscienze, biomedicina e movimento, dell’ università di Verona – ha un denominatore comune rivolto alle persone con fragilità. E cioè, che una volta uscite ad esempio dall’ospedale, le persone vulnerabili possono diventare agenti attivi della propria cura e questo diventa possibile se modifichiamo le nostre attività motorie che favoriscono aggregazione, integrazione e benefici alle parti del corpo colpite da malattie croniche e degenerative”.

“A partire da questo lavoro abbiamo creato una serie di laboratori che continueranno su questo progetto creando un nuovo legame fra università, ospedale e territorio ed offrendo alle persone in condizioni di vulnerabilità un ruolo di attività motoria personalizzata che vada oltre alla terapia”, ha concluso Del Piccolo.

Giovani affetti da sclerosi multipla (SM): lo scopo è stato quello di sviluppare un modello di intervento psicosociale in grado favorire lo sviluppo della resilienza in giovani adulti con nuova diagnosi di SM e valutare la relazione tra variabili biologiche, psicologiche e comportamentali. Nell’arco della durata del progetto sono stati arruolati 55 giovani con diagnosi di sclerosi multipla di età compresa tra i 29 e i 41 anni. E’ stato possibile affiancare alla valutazione clinica della persona giovane con sclerosi multipla l’attività psicologica, l’aspetto della socializzazione e l’aspetto motorio dell’attività fisica attraverso il ballo e la danza.

Nonostante le analisi siano ancora in fase preliminare, l’intervento ha dato come risultato una maggiore resilienza dei partecipanti ovvero ha aumentato la capacità di reagire positivamente e di sapersi adattare con flessibilità, trovando modi per reagire alle difficoltà incluso l’adattamento alla condizione di cronicità determinata dalla sclerosi multipla.

Pazienti con Malattia di Parkinson (MP): lo studio si è focalizzato sui sintomi sia della fatica fisica che mentale mediante la formulazione di specifici programmi di esercizio aerobico e la definizione epidemiologica della fatica nella malattia. Con l'attività fisica si è constatato l’aiuto a conservare la funzionalità degli arti inferiori in presenza di un disturbo progressivo. Oltre ad esercizi di tipo aerobico che mirano a migliorare la funzionalità degli arti inferiori, lo svolgimento di allenamenti incentrati sulla forza fra i partecipanti hanno dato un aumento di massa muscolare. Lo studio volto ad identificare il ruolo della fatica nella MP, ha permesso un approfondimento individuando misure che si stanno rivelando indicatori dell'efficacia di approcci terapeutici. I soggetti analizzati sono stati 31

Persone affette da esiti di ictus cerebrale cronico: l’obiettivo generale dello studio è stato quello di indagare gli effetti di un protocollo riabilitativo innovativo basato sul self-management per la presa in carico a lungo termine del paziente con ictus cerebrale, mediante percorsi riabilitativi di “auto-trattamento” che migliorassero la cura e la qualità della vita di queste delle persone. Sono stati raccolti dati importanti sulle cause dei disturbi del movimento, cognitivi, psicologici e del dolore, mentre i pazienti coinvolti sono circa 180.

Popolazione in età avanzata e a rischio di fragilità età dipendente: lo scopo è stato quello di valutare i fattori biologici e neurofisiologici associati alle condizioni di fragilità fisica e cognitiva in una corte di individui indagando l'associazione tra caratteristiche neurofisiologiche, resilienza e comportamenti di vita quotidiana. Su 52 individui analizzati con tre fasce di età diverse (35 giovani sani, 15 anziani sani e 2 anziani fragili) si è stabilito per fascia di età e stato di fragilità, un intervento motorio strutturato sullo stato funzionale dei pazienti e che ha portato benefici sia fisici che psichici.

Migranti richiedenti protezione internazionale: i partecipanti inclusi in questi studi sono circa 4000 con risultati che evidenziano come l’impatto degli interventi di attività fisica e sport siano importanti nel migliorare, in generale, il benessere psicologico, la capacità di funzionamento generale ma anche la percezione di autoefficacia e autoefficienza nonché il senso di sicurezza di queste persone; inoltre migliorano la prevenzione del disagio mentale in relazione ai sintomi depressivi, ansiosi e da disturbo da stress post-traumatico. Lo stesso studio con la stessa metodologia è stato applicato a 25.000 bambini in condizioni fisiche o psicologiche che possano rappresentare dei fattori di rischio. Anche in questi i risultati preliminari mostrano forti evidenze di come l’attività fisica e lo sport migliorino il benessere.

Endrius Salvalaggio



07 novembre 2022
© Riproduzione riservata

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