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I Pfas riducono del 40% l’attività del testosterone. Lo rivela uno studio dell’Aou di Padova

L’elevata presenza di Pfas in donne in gravidanza residenti in zone inquinate potrebbe determinare anomalie nel corretto sviluppo, prima, del feto e, poi, del bambino, con conseguente rischio di infertilità, abortività, endometriosi, disturbi comportamentali nell’infanzia, forse anche di diabete e di alcuni tipi di cancro (testicolo, rene, prostata). Molte di queste patologie, associate all’inquinamento da Pfas, si sviluppano in organi sensibili proprio agli ormoni testicolari, ed in particolare al testosterone.

28 NOV - Scoperto recentemente il meccanismo attraverso il quale i PFAS interferiscono con l’attività ormonale: è questo il risultato dello studio condotto dal gruppo di ricerca dell’unità operativa complessa di Andrologia e Medicina della Riproduzione dell’Azienda Ospedale dell’Università di Padova, coordinata dal professor Carlo Foresta in collaborazione con il dottor Andrea Di Nisio del Dipartimento di Medicina dell’Università di Padova. Ad affermare l’autorevolezza di questi risultati è la recente pubblicazione nel “Journal of Clinical Endocrinology and Metabolism”, ossia la più importante rivista mondiale di endocrinologia clinica sperimentale.

L’organismo scambia gli inquinanti per ormoni, interferendo con l’azione delle ghiandole endocrine, causando malattie sia a breve che a lungo termine. Così facendo possono alterare l’equilibrio ormonale che è fondamentale per la crescita e il corretto sviluppo del feto, ed è quanto è stato dimostrato per i PFAS.

“Sulla base di questa osservazione – spiega il professor Carlo Foresta - abbiamo dimostrato in sistemi cellulari in vitro che i PFAS si legano al recettore per il testosterone, riducendo di oltre il 40% l’attività indotta da questo ormone”.


Ecco perché l’elevata presenza di PFAS in donne in gravidanza residenti in zone inquinate potrebbe determinare anomalie nel corretto sviluppo, prima, del feto e, poi, del bambino, con conseguente rischio di infertilità, abortività, endometriosi, disturbi comportamentali nell’infanzia, forse anche  di diabete e di alcuni tipi di cancro (testicolo, rene, prostata). Molte di queste patologie associate all’inquinamento da PFAS, nemici del maschio, si sviluppano in organi sensibili proprio agli ormoni testicolari, ed in particolare al testosterone.

“Sulla base dei nostri screening – spiega il professor Carlo Foresta - abbiamo scoperto che la distanza ano-genitale, determinata dalla stimolazione del testosterone in fase fetale, era significativamente inferiore rispetto ai coetanei residenti in zone non inquinate. Inoltre, i nostri studi hanno dimostrato che nei soggetti esposti, anche il volume testicolare è risultato essere ridotto, così come la lunghezza dell’asta del pene”.

Lo studio è stato fatto nella zona rossa, dove vi è la massima esposizione, compresa tra i paesi di Arzignano, Lonigo, Noventa Vicentina e Montagnana, e nella "zona gialla”, ovvero tra Arcugnano, Este, Monselice, Conselve, su 220 giovani in età compresa tra 18-20 anni.

Cosa fare adesso? “Le istituzioni si stanno muovendo con determinazione per bloccare le fonti di inquinamento – aggiunge Foresta – ma noi medici dobbiamo pensare ad aiutare quelle persone che sanno di avere concentrazioni elevate in circolo e che temono fortemente di poter contrarre delle malattie come conseguenza di questa contaminazione. Quindi il prossimo passo dovremmo farlo noi medici, per trovare delle soluzioni che consentano l’eliminazione di queste sostanze. Già le istituzioni regionali avevano proposto la plasmaferesi per favorire l’eliminazione dei PFAS circolanti, questo approccio, sicuramente invasivo, dovrà essere ripreso perché ha dato risultati incoraggianti, ma dovrà essere mirato a situazioni a rischio ben preciso, mi riferisco alle donne in cerca di gravidanza, per impedire che gli embrioni vengano a contatto precocemente con queste sostanze. Ma bisognerebbe che noi medici pensassimo anche a vie alternative meno invasive e più immediate, e stiamo già cercando di individuare delle strade che potrebbero essere poi percorribili da tutta la popolazione", conclude il professore.
 
Endrius Salvalaggio

28 novembre 2018
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