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Oncologia. Cittadinanzattiva-Tdm: “Attese fino a 60 giorni per la prima visita”. Il Rapporto

E si può aspettare fino a 90 giorni per la radioterapia. Solo il 10% delle strutture adotta sistemi di registrazione in cartella clinica del dolore. È quanto emerge dal Rapporto “Oncologia: personalizzazione delle cure, rispetto del tempo, consenso informato” presentato a Roma.

13 LUG - Nascere in una Regione anziché in un’altra può fare la differenza. Ma anche farsi curare in differenti realtà della stessa Regione può cambiare le carte in tavola. I tempi di attesa sono infatti molto diversificati all’interno delle singole realtà: si può attendere da dieci fino a 60 giorni per una prima visita. Per un intervento di cancro del colon retto l’attesa può oscillare da 3 a 30 giorni; per la radioterapia da 10 a 30 giorni. Nel caso del cancro della mammella l’intervento va da 3 a 30 giorni e la radioterapia può essere erogata in 3 o 90 giorni.
 
È questa la fotografia scattata dal Rapporto“Oncologia: personalizzazione delle cure, rispetto del tempo, consenso informato. Focus sul cancro al colon retto” stilato da Cittadinanzattiva-Tribunale per i diritti del malato con il sostegno incondizionato di Merck Serono, presentato ieri a Roma.
Sotto la lente di Cittadinanzattiva, in collaborazione con la Federazione associazioni incontinenti e stomizzati, sono finite 33 strutture di 13 diverse Regioni. Obiettivo: valutare le politiche di personalizzazione delle cure e di umanizzazione delle stesse in un ambito molto delicato, quale è quello dell’oncologia.

Vediamo alcuni dei principali dati emersi.
 
Registrazione in cartella clinica del dolore. Solo 3 strutture su 33 adottano un sistema di incentivi o disincentivi per la registrazione in cartella clinica del dolore provato dai pazienti durante il ricovero e le terapie, a 2 anni di distanza dalla legge (la 38 del 2010) che invece la impone. E se 24 strutture hanno almeno predisposto un apposito spazio in cartella clinica, in 9 manca anche quello.
 
Tempi di attesa. Secondo i dati del Cup la prima visita viene erogata entro 10 giorni nella maggior parte delle realtà che hanno aderito alla rilevazione (25 su 33); 4 realtà la erogano tra gli 11 e i 30 giorni; una sola realtà tra 31 e 60 giorni. Lo scostamento più diffuso tra tempi minimi indicati dagli ospedali e le “priorità terapeutiche standard” stabilite invece dalle indicazioni nazionali (=15 gg) è di 5 giorni (20 anziché 15). Ci sono però realtà in cui il divario tra tempi minimi e priorità terapeutica standard è più ampio anche di 20 giorni (oltre il doppio dell’attesa). Sono invece rispettati i tempi massimi per l’approccio terapeutico palliativo (il termine è stabilito in 60 giorni). Fanno eccezione 3 realtà, con tempi massimi di attesa di 70, 75 e 120 giorni.
“Uno dei punti che destano maggiore preoccupazione – evidenzia Cittadinanzattiva – è la difficoltà per i cittadini di accesso ai tempi di attesa per interventi chirurgici e procedure invasive in regime di ricovero ordinario/day hospital, poiché in rarissimi casi l’informazione è trasparente e immediatamente disponibile. Una lettura dei dati relativi ai Percorsi diagnostico terapeutici (Pdt) fa emergere drammaticamente la variabilità di tempi per le stesse prestazioni tra le diverse realtà ospedaliere. La sensazione che lascia è di smarrimento e della nascita di un vero e proprio federalismo delle attese nello stesso territorio regionale”.
 
Cancro del colon retto e quello della mammella. Sono emblematici i casi relativi a queste due forme di neoplasia. Nel Pdt del cancro del colon retto, l’erogazione della prima visita è prevista entro 3 giorni in 4 realtà, ma si può arrivare ad attendere, nel pieno rispetto del Pdt stabilito ad esempio da singole realtà ospedaliere, anche 60 giorni. E ancora, per l’intervento l’attesa può oscillare da 3 a 30 giorni; per la radioterapia da 10 a 30 giorni e così via.
Nel caso del cancro della mammella, si assiste ad una situazione analoga: prima visita in 3 giorni o 60 giorni; intervento in 3 o 30 giorni e la radioterapia può essere erogata in 3 o 90 giorni.
Particolarmente preoccupanti sono i dati relativi all’accesso alle cure, in particolare per le persone che risiedono nelle Regioni del Sud, e relative, oltre ai tempi di attesa, alle distanze tra servizio e abitazione (66,7% in generale, 73,9% al sud); alle difficoltà di spostamento individuali (43,6% nazionale, 52,2% sud), alla mancanza di persone che possono accompagnare a visita (41% nazionale, 47,8% sud).
 
Ruolo attivo del paziente. Solo in 12 strutture su 33 esistono protocolli e procedure per formare il paziente al self management; anche se durante il ricovero, gli infermieri ad esempio sono molto impegnati nell’informazione ai pazienti su interventi diagnostici (26 strutture) e terapeutici (28 strutture), al dolore che potrebbe provare (26 strutture), ai possibili effetti avversi (24).
 
Le soluzioni. Alla luce dei dati illustrati, Cittadinanzattiva-Tribunale per i diritti del malato ha indicato alcune priorità di intervento. Occorre: umanizzare davvero l’oncologia, per farlo basta applicare nei reparti l’art. 7 della legge 38/10, vale a dire la registrazione in cartella clinica del dolore (provato e espresso dalla persona assistita), con le sue caratteristiche e l’evoluzione nel corso del ricovero. E ancora, garantire il sostegno psicologico, anche ai familiari, in ogni fase dell’assistenza; rafforzare politiche aziendali finalizzate all’umanizzazione delle cure; garantire la trasparenza, l’adeguatezza e l’omogeneizzazione (tra Regioni e all’interno dello stesso territorio regionale) dei tempi di attesa per ogni prestazione (dalla visita, al ricovero, all’intervento, all’esecuzione di esami e di test genetici), rispettando gli standard temporali previsti dal ministero della Salute e rendendo pubblici per i cittadini i tempi che ogni realtà aziendale è in grado di assicurare, anche per gli interventi e l’esecuzione di prestazioni di anatomia patologica e test genetici.

13 luglio 2012
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