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Sardegna. Ecco la nuova riforma del territorio. Obiettivo: “Una medicina semplice e sobria, ma appropriata e professionale”

Il disegno della Giunta mira a costruire una medicina delle Cure Primarie capace di realizzare un uso “appropriato degli strumenti diagnostico-terapeutici”. Tra i principi ispiratori, quello della slow medicine. Fondamentale il ruolo attivo dei cittadini per mantenersi in salute. Posti letto per le Cure Primarie anche all’interno degli ospedali. La delibera. Le linee di indirizzo.

16 DIC - Eccolo qua il secondo tassello della riforma sanitaria della Regione Sardegna. Quello territoriale, dopo l’ospedaliero già presentato nei mesi scorsi. Il pezzo del puzzle che completa il quadro, perché non la riforma ospedaliera non può prescindere dalla costruzione di un nuovo modello di medicina territoriale.

La riforma è già stata annunciata lo scorso 3 dicembre dall’assessore alla Salute, Luigi Arru, a margine della seduta della Giunta che ha approvato la deliberazione in materia. Ora sono disponibili i documenti, con tutti i dettagli della nuova sanità territoriale sognata dalla Giunta Pigliaru e che, come avvenuto per la riforma della rete ospedaliera, sarà ora oggetto di confronto con gli stakeholders per raccogliere proposte e osservazioni.

Dalla delibera approvata dalla Giunta emerge, intanto, come il principale obiettivo sia quello di “mantenere le persone in condizione di benessere quanto più possibile, senza sprechi, con efficienza e con percorsi di cura e assistenza erogati in prossimità degli ambienti di vita e in maniera non frammentaria” Obiettivo che richiederà, però, un “profondo cambiamento organizzativo e culturale” che consenta di:

− spostare i setting di cura e i paradigmi dal “paziente acuto” a quello della “cronicità”;
− modificare l’approccio alla cronicità inteso come presa in carico, dell’organizzazione della cura e dell’empowerment personale, organizzativo e comunitario;
− riportare nei percorsi delle Cure Primarie, buona parte di prestazioni, dei volumi di attività e dei processi di cura da troppo tempo erogate in setting ospedalieri;
− spostare i luoghi di cura, dall’ ospedale alle comunità locali e all’ambiente di vita dell’assistito, possibilmente al proprio domicilio o in luoghi di prossimità.

Poi, ovviamente, l’esigenza di migliorare l’approccio generale alla Cronicità. L’obiettivo della Sardegna è farlo attraverso l’adozione del Chronic Care Model e anche attraverso sperimentazioni nei territori di iniziative coordinate di Medicina d’Iniziativa che rispettino le seguenti caratteristiche fondamentali:
− riconoscere nella Comunità una risorsa fondamentale;
− valorizzare l’auto-cura, intesa come coinvolgimento dell’assistito perche diventi il protagonista attivo del processo assistenziale;
− fondare l’organizzazione delle cure nel team assistenziale costituito da figure professionali che operano in modo integrato;
− sviluppare il supporto alle decisioni attraverso l’adozione di Linee Guida da parte del team assistenziale;
− adottare specifici sistemi informativi con funzioni di allerta, di integrazione e di feed-back per i professionisti del team assistenziale.

Profondi cambiamenti che però, alla fine, dovrebbero condurre alla realizzazione una medicina “semplice e sobria, ma appropriata e professionale tesa a contribuire a raggiungere gli obiettivi del SSR”. “Non necessariamente – spiega infatti la Giunta nelle linee di indirizzo - la diffusione di nuovi modelli di cura e nuovi trattamenti sanitari deve portare a una medicina complessa e difficile come tipo di cura, di organizzazione e di erogazione, anche perché non sempre tutto ciò si accompagna a maggiori benefici per gli assistiti e per la comunità”.

Per la Giunta si tratta di agire “su alcuni canali di diffusione delle informazioni sanitarie e di uso appropriato degli strumenti diagnostico-terapeutici messi a disposizione dall’evoluzione scientifica, non solo clinica ma anche organizzativa e gestionale, compresa la tecnologia applicata”. Si intende, quindi, avviare “una medicina delle Cure Primarie capace di agire sulla moderazione delle sue aspettative e dei suoi sviluppi, sulla gradualità̀ del suo affermarsi come sistema di cura privilegiato nella percezione dei cittadini, sulla essenzialità̀ dei suoi interventi innovativi. I team assistenziali sono chiamati all’utilizzo appropriato delle risorse che saranno rese disponibili per la piena attuazione del modello regionale, all’utilizzo delle buone pratiche e dei principi della slow medicine”.

La medicina che questo modello auspica vuole anche essere “rispettosa dei bisogni e desideri legittimi delle persone di riappropriarsi di un ruolo consapevole e attivo nella gestione della propria salute e della qualità della vita, anche nelle fasi avanzate o caratterizzate da fragilità legata alla cronicità della patologia”. Il che significa, anche, mantenersi in salute.

Il Medico di Medicina Generale sarà “il primo e indispensabile collegamento tra il servizio sanitario e il cittadino”, affiancati dai pediatri di libera scelta ma anche da altre figure sanitarie, a partire dagli infermieri, senza dimenticare gli assistenti sociali.

Il tutto, ovviamente, si dovrà basare su una efficace integrazione con l’assistenza ospedaliera, in particolare in fase di dimissione che “dovrà essere sempre concordata e protetta, soprattutto in riferimento alla popolazione fragile: anziani e persone con disabilità”. In questo contesto sarà incluso il processo di riconversione delle strutture ospedaliere e/o la realizzazione di strutture territoriali e/o organizzative interdisciplinari di riferimento per l’erogazione dell’assistenza primaria, coerenti con la programmazione regionale. “Da questo punto di vista – annuncia la Regione - , in alcuni ambiti territoriali dove appaia opportuno e coerentemente con la normativa regionale, si prevedono aree con posti letto dedicati alle Cure Primarie dentro lo stesso presidio”.

16 dicembre 2015
© Riproduzione riservata


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