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LABNET e la gestione della malattia

21 GIU - Grazie ai farmaci oggi la LMC si può curare. Ma come si controllano nel tempo l’evoluzione della malattia e la risposta ai trattamenti? A spiegarcelo ci ha pensato Fabrizio Pane, Professore Ordinario di Ematologia, Direttore U.O. di Ematologia e Trapianti di  Midollo Azienda Ospedaliera Universitaria Federico II di Napoli, Presidente della Società Italiana di Ematologia (SIE).
 
“I grandi progressi nella cura di questa forma di leucemia si possono oggi toccare con mano. In questo senso, va ricordato che l’ematologia italiana è ai vertici mondiali nella ricerca in questo settore”, ha detto. “Grazie a farmaci estremamente efficaci oggi gli specialisti hanno una possibilità che solo fino a pochi anni fa sembrava impossibile da raggiungere, ovvero indurre la remissione ematologica con rapidità nella stragrande maggioranza dei malati. Tuttavia questi sviluppi nella terapia hanno reso necessario un più attento monitoraggio dell’evoluzione del quadro e delle risposte del paziente alle cure. Oggi questi controlli sono possibili nei centri maggiormente attrezzati sfruttando indagini estremamente sensibili che consentono di utilizzare al meglio i farmaci stessi e soprattutto valutare l’effetto del farmaco sulla malattia. Oggi siamo quindi in grado di assicurare ai pazienti un approccio che si rivela fondamentale soprattutto per loro, perché li mette al centro degli sforzi degli ematologi e consente di individuare il trattamento farmacologico più indicato per ogni singolo caso”.

 
In Italia esiste la Rete LABNET, un progetto che vede la nostra ematologia protagonista: un progetto originale nato in Italia nel 2007, sotto l’egida della SIE e gestito dal GIMEMA Gruppo Italiano Malattie Ematologiche nell’adulto , che ha ricevuto un supporto incondizionato da Novartis. “È uno strumento vitale per la corretta gestione della patologia e riunisce un network di laboratori in grado di assicurare prestazioni di altissimo livello”, ha spiegato ancora Pane. “Con LABNET si mettono in rete una serie di strutture specializzate in biologia molecolare in Italia che effettuano un monitoraggio della risposta molecolare di elevato livello e privo di carico economico per pazienti ed ospedali: il tutto attraverso metodiche sofisticate standardizzate e di elevata qualità. Oggi LABNET coinvolge 43 laboratori ben dislocati su tutto il territorio nazionale e rappresenta un modello di monitoraggio del paziente di successo in Italia e nel mondo, anche per la qualità delle prestazioni che i diversi centri possono offrire. I Laboratori standardizzati LABNET vengono infatti sottoposti a periodici controlli a garanzia del mantenimento dei requisiti di qualità richiesti dal Progetto. Inoltre, proprio grazie a LABNET, si mettono sullo stesso piano le prestazioni dei diversi centri, indipendentemente da dove essi si trovino. La rete, avvalendosi infatti di un sistema basato sul web supera gli ostacoli legati alla regionalizzazione e rende visibili risultati ed indagini in tempo reale dai medici coinvolti”.
 
Tutto ciò garantisce ai pazienti un livello di prestazioni elevatissimo e costantemente aggiornato sulla scorta delle indicazioni che emergono dalla scienza. “A guidare il lavoro di ogni struttura che fa parte del network sono infatti le raccomandazioni internazionali e i numerosi dati scientifici che si stanno raccogliendo sulla LMC e sulle possibilità di gestire al meglio la malattia nel tempo ottimizzando l’approccio terapeutico per ogni singolo paziente. Ad esempio si può effettuare l’analisi molecolare qualitativa e quantitativa del riarrangiamento genico BCR-ABL. Il test è fondamentale per un monitoraggio adeguato dei pazienti affetti da LMC in trattamento con inibitori delle tirosino-chinasi”, ha concluso l’esperto. “Le linee guida ELN (European Leukemia Net) in questi pazienti prevedono infatti la determinazione quantitativa su sangue periferico ogni 3 mesi. Altro esame molto importante è il Blood Level Testing. Attraverso la piattaforma LABNET è possibile richiedere il dosaggio dei livelli plasmatici di imatinib. Il test risulta pertanto di notevole ausilio nella gestione clinica di pazienti resistenti o intolleranti a imatinib, nel sospetto di scarsa compliance al trattamento, o in presenza di importanti effetti collaterali, che potrebbero essere dovuti al raggiungimento di livelli plasmatici troppo elevati del farmaco se assunto al dosaggio convenzionale. Si tratta solamente di due esempi per capire come esami mirati, cui vanno aggiunti l’esame citogenetico, la ricerca molecolare con PCR sul residuo di cellule leucemiche e la ricerca di mutazioni nel sito catalitico, permettano da un lato di ottenere un impiego più appropriato dei farmaci, dall’altro di influire sulla prognosi del paziente con un netto miglioramento della qualità delle cure”.

21 giugno 2013
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