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Funziona la sperimentazione in Veneto: non c’è l’obbligo ma la copertura non cala

10 GEN - Stanno andando meglio delle attese le campagne vaccinali per la prima infanzia in Veneto, dopo la sospensione dell’obbligo vaccinale avviata nel gennaio 2008. 
A tre anni dall’inizio della sperimentazione, concordata dalla Regione con il ministero della Salute - e che prevede un immediato ripristino dell’obbligo nel caso in cui la copertura dovesse scendere al di sotto della soglia di guardia - non c’è alcun motivo di preoccupazione. Anzi.
Secondo quanto illustrato questa mattina da Massimo Valsecchi, del dipartimento di Prevenzione dell’Azienda Ulss 20 di Verona, nel corso del convegno La vaccinazione tra diritto e dovere. Quale comunicazione per facilitare la scelta?, la copertura vaccinale non ha subito alcun calo.
I dati relativi al primo semestre 2010 confermano una tendenza illustrata giù dalle rilevazioni precedenti. Le vaccinazioni per tetano, difterite, pertosse, antipolio, epatite b e Haemophilus influenzae di tipo B abbiano tutte raggiunto livelli di copertura prossimi al 95 per cento. 
“Avremmo tollerato una riduzione di 1-2 punti percentuali”, ha affermato Valsecchi, ma neanche questa si è verificata. Le ragioni del successo, probabilmente, risiedono oltre che in una “cultura della vaccinazione” ormai diffusa nell’intera popolazione, nella serie di interventi messe in atto dalla istituzioni regionali che hanno consentito di accompagnare la transizione con adeguate strategie di informazione e comunicazione.

Secondo i dati, inoltre, il 5 per cento dei non responders alla vaccinazione comprende due differenti tipologie di cittadini. “Circa il 2-3 per cento è rappresentato da semplici rinvii”. Persone, dunque, che si sottoporranno alla vaccinazione in un secondo momento. “I rimanenti sono invece dissensi definitivi, cioè quel nucleo di genitori che rifiuta ideologicamente la vaccinazione”, ha illustrato Valsecchi. “Stiamo conducendo un’indagine per tracciarne un profilo sociologico, ma le prime impressioni ci suggeriscono che si tratti di persone con uno status socioeconomico piuttosto alto. Colte, tanto che almeno uno dei partner è laureato. L’atteggiamento nei confronti dei vaccini, poi, si inserisce in un profilo culturale ben definito: tendenzialmente cercano di evitare - per quanto possibile - i farmaci, hanno una forte attenzione alla salute che spesso si manifesta nel modello alimentare. Tuttavia - ha concluso - è pessima l’informazione a cui attingono per suffragare la loro avversione ai vaccini”.
am


10 gennaio 2011
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