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Covid e anziani. Studio italiano: “Non sottovalutare malattia anche se con sintomi lievi, serve una maggiore vigilanza e più protratta”


I risultati di una ricerca epidemiologica condotta nella fase pre-vaccino da Università di Firenze, Aou Careggi, Usl Toscana Centro e Iss confermano che il Covid-19 aumenta il rischio di morte sia negli anziani ospedalizzati che in quelli non ospedalizzati; in entrambi i casi, la mortalità cresce con il grado di vulnerabilità. Lo studio pubblicato sul Journal of the American Medical Directors Association

27 GEN - La Sanità pubblica deve portare attenzione anche alle persone anziane meno vulnerabili e non ospedalizzate colpite da Covid perché la malattia nei loro confronti può rivelarsi insidiosa nel lungo periodo.
 
È il messaggio che arriva da uno studio epidemiologico “Covid-19, Vulnerability, and Long-Term Mortality in Hospitalized and Nonhospitalized Older Persons”, pubblicato sul Journal of the American Medical Directors Association, a cura della Università di Firenze, Azienda ospedaliero-universitaria Careggi, Azienda USL Toscana Centro (ATC) e Istituto Superiore di Sanità.
 
I ricercatori, diretti da Mauro Di Bari, docente di Medicina interna dell’Ateneo fiorentino e direttore della Scuola di specializzazione di Geriatria hanno confrontato, nel periodo marzo-novembre 2020, prima dell’avvento del vaccino, i dati sulla mortalità a un anno di soggetti ultra 75enni con Covid o altre patologie distinguendo tra coloro che sono stati ricoverati (a Careggi o in altri ospedali dell’Atc) e quanti hanno fatto solo accesso al Pronto Soccorso senza poi essere ricoverati.
 
I dati confermano che il Covid-19 aumenta il rischio di morte sia negli anziani ospedalizzati che in quelli non ospedalizzati; in entrambi i casi, la mortalità cresce con il grado di vulnerabilità, che è valutata grazie al Codice Argento Dinamico (Cad), classificazione in quattro livelli messa a punto dallo stesso gruppo di ricercatori.
 
In particolare, secondo quanto rilevato dalla ricerca, nei non ospedalizzati l’eccesso di mortalità dovuto al Covid-19 è maggiore, in termini relativi, nei soggetti meno vulnerabili rispetto ai soggetti più vulnerabili. Infatti, negli anziani inseriti nella classe 1 Cad (meno vulnerabili) la mortalità è stata del 14,2% in presenza di Covid e del 2,9% in assenza della malattia, quasi 5 volte maggiore. Al contrario, negli anziani appartenenti alla fascia a maggior rischio (classe 4 di vulnerabilità Cad) la mortalità è stata del 46,7% in presenza del Covid e del 26% in sua assenza, quindi con un rapporto di 2:1.
Inoltre, mentre nei soggetti ospedalizzati la percentuale di mortalità è più alta nel primo mese di trattamento della patologia e si stabilizza nei mesi successivi, nei soggetti non ospedalizzati il rischio resta rilevante per un periodo più prolungato.
 
“Fin dall’inizio della pandemia, la mortalità associata al Covid-19 è risultata assai più elevata nei pazienti definiti fragili o, più appropriatamente, vulnerabili, ma gli studi fin qui condotti – spiega Di Bari, sottolineando la novità della ricerca – avevano preso in considerazione solo soggetti ricoverati, si erano limitati alla mortalità ospedaliera e non consentivano il confronto con pazienti senza Covid-19.
 
Lo studio – aggiunge – suggerisce l’opportunità di una vigilanza maggiore e più protratta nei confronti di soggetti anziani meno vulnerabili colpiti dal Covid-19, per quanto le loro condizioni iniziali e i sintomi lievi non richiedano l’ospedalizzazione: il rischio di complicanze anche gravi e tardive non deve essere trascurato. Alla luce di questa analisi, condotta come si è detto nel periodo precedente alla comparsa del vaccino – conclude – , possiamo affermare che è stato assolutamente opportuno estendere la vaccinazione a tutte le categorie di anziani indipendentemente dal grado di vulnerabilità, perché il vaccino è lo strumento principe della prevenzione degli effetti gravi del Covid-19”.

27 gennaio 2022
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