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Alcolismo. Ricerca su topi conferma: per smettere di bere serve minaccia

Lo ha dimostrato uno studio dei ricercatori del National institute on drug abuse. Un’implicazione clinica potenziale è che l’astinenza indotta in clinica con l’introduzione di disincentivi all’assunzione potrebbe avere un effetto limitato, una volta reinseriti i pazienti nell’ambiente domestico.

01 FEB - Il rischio di una punizione può spingere gli alcolisti a smettere di bere. La minaccia di divorzio da parte del coniuge, per esempio, o di licenziamento da parte del datore di lavoro, d’incarcerazione o di ritiro della patente da un tribunale possono indurre molti alcolisti all’astensione, anche se con facili ricadute qualora il disincentivo venga meno, in particolare con il ritorno in ambienti in cui si faccia uso di alcol. Secondo un nuovo studio dei ricercatori del National Institute on Drug Abuse, i topi si comportano allo stesso modo. Si tratta di un’importante scoperta, poiché una parte significativa della ricerca sulle dipendenze è svolta sugli animali, sui quali vengono sperimentati i modelli di recidiva, che verranno poi impiegati sugli esseri umani.

“Quanto meglio i nostri modelli animali si adattano all’alcolismo umano, tanto più la ricerca sugli animali potrebbe aiutarci a comprendere la complessità delle patologie umane e a sviluppare nuove cure”, ha commentato John Krystal, redattore di Biological Psychiatry, edita da Elsevier.
Attualmente, le tecniche più comunemente utilizzate sugli animali sono l’astinenza forzata e/o l’estinzione, ovvero, l’interruzione del meccanismo di distribuzione di alcool, che nel caso dei topi avviene attraverso la pressione di una levetta. Tali modelli presentano dei limiti, poiché essi non incorporano comportamenti che riproducono il desiderio umano di evitare le conseguenze negative del bere.


Le differenze tra il comportamento umano e quello animale sono state prese in esame da Nathan Marchant e i suoi colleghi, che hanno sviluppato un modello sperimentale in cui l’assunzione volontaria di alcol viene disincentivata da una punizione inflitta in un ambiente diverso da quello dell’assunzione. In tal modo, i ricercatori hanno dimostrato che, riesposti all’ambiente originario di auto-assunzione, eliminando la punizione, i topi presentano immediatamente una ricaduta.

“Un’implicazione clinica potenziale di questa scoperta pre-clinica è che l’astinenza indotta in clinica attraverso l’introduzione di disincentivi all’assunzione potrebbe avere un effetto limitato, una volta terminato il trattamento e una volta reinseriti i pazienti nell’ambiente domestico”, ha commentato Marchant.

Come spesso accade nel mondo scientifico la scoperta è di per sé interessante, ma solleva numerose questioni. Ad esempio, qual è la potenziale influenza di farmaci o altre manipolazioni su questo modello? Il modello reggerebbe se applicato ad altre droghe o abusi, incluso l’abuso di cibo? Che ruolo svolge il tempo? Queste ed altre domande saranno affrontate da studi successivi.

01 febbraio 2013
© Riproduzione riservata


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