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Oncologia. Biopsia "liquida". Meno rischi e meno fastidi. Ma funziona?

Esperti a confronto al simposio ESMO. La nuova tecnica diagnostica permette di riconoscere gli alleli mutati dalla malattia. Senza l'invasività della biopsia tradizionale. Ma sono auspicabili nuove sperimentazioni. Bardelli, vice primario di Candiolo, presenta difficoltà e promesse dell’innovativa tecnologia.

28 MAR - “Raccogliere biopsie è sempre stato un problema in oncologia: può essere doloroso per il paziente, e spesso non può essere fatto ripetutamente, soprattutto per pazienti come quelli che hanno cancro al colon-retto con metastasi al fegato, dove per ottenere campioni bisogna avere accesso a quest’ultimo organo. Oggi, stiamo lavorando a un metodo che potrebbe risolvere questo ed altri problemi: la biopsia liquida”, così Alberto Bardelli, vice primario di Candiolo, ha presentato, nel corso del recente Simposio ESMO (European Society for Medical Oncology) dedicato alla medicina personalizzata, la nuova tecnica alla quale lavora con il suo gruppo.
                                                                                                                                                                                            

Si tratta di un procedimento che permette di analizzare il DNA che il tumore rilascia nel sangue, una soluzione che potrebbe generare vantaggi sia per il paziente (le biopsie sono tradizionalmente dolorose) sia per il medico (la possibilità di ripetere la biopsia con una frequenza molto maggiore rispetto alle tradizionali e quindi vedere l’evoluzione della malattia). “Negli ultimi 2 anni abbiamo cercato altri metodi per riconoscere i tumori che non fossero la normale biopsia, e in particolare metodi genetici che riconoscessero i geni che il cancro modifica, in modo da riconoscere la malattia attraverso essi”, ha spiegato Bardelli in un’intervista video. “Visto che le neoplasie tendono a rilasciare il Dna mutato nell’organismo, con le tecniche di ricerca più avanzate stiamo pian piano arrivando al traguardo di riconoscere i tumori con le analisi del sangue, seppure in esso il genoma mutato si riscontri in quantità molto piccole, spesso al di sotto dell’1%. Pensare a questo tipo di risultato è possibile solo da quando le più innovative tecniche di sequenziamento dell’intero esoma sono disponibili. Oggi noi facciamo un passo in avanti nella pratica e non solo in teoria, usando una tecnologia sviluppata alla Johns Hopkins University, che si chiama “BEAMing” ed è talmente precisa da riuscire a riconosce un allele mutato su 10 mila alleli sani. Questa tecnica potrebbe essere usata per riconoscere il tumore direttamente nel sangue”.
 
Una tecnica molto promettente, ma che è ancora in fase di sviluppo, precisa: “Chiaramente, bisogna ancora comprendere alcune cose e verificarne altre”, ha spiegato. “Ad esempio, molti scienziati non sono del tutto convinti che quello che viene trovato nel sangue sia specchio del tutto identico di ciò che c’è nel tessuto tumorale vero e proprio. In realtà i primi dati dei primi studi su campioni molto piccoli di pazienti – pubblicati l’anno scorso su riviste come Nature – dimostrerebbero che la biopsia liquida può funzionare, ma per esserne certi bisogna allargare il bacino di pazienti arruolati. La seconda barriera da superare è che bisogna portare questa tecnologia nei laboratori degli anatomopatologi, renderla fruibile agli specialisti. Ad esempio, in futuro si dovrebbero sviluppare dei macchinari totalmente automatici capaci di analizzare il sangue alla ricerca di mutazioni tumorali, ma perché questo accada ci sarà bisogno ancora di qualche anno”.
 
Ma le possibilità sono interessantissime. “Se questo dovesse verificarsi, allora sarebbe possibile fare biopsie senza rischi e dolore per i pazienti, e ottenere risultati anche in maniera più veloce, e in questo modo avere un’idea molto più precisa di come si sviluppa il tumore, e di come reagisce alle terapie, rispetto agli attuali metodi di imaging”, ha continuato Bardelli. “Infine, una biopsia liquida fatta sul sangue, sarebbe in grado di dare una visione molto più completa anche nel caso di tumori metastatici: se nuclei della neoplasia si trovano sia nei polmoni che nel fegato ad oggi la biopsia va fatta su entrambi gli organi, mentre in futuro con la nuova tecnica basterebbe una sola analisi per avere tutte le informazioni ricercate”.
 
Come sottolinea anche Roberto Labianca, Presidente CIPOMO (Collegio Italiano Primari Oncologi Medici Ospedalieri):  “Bisogna far progredire questa branca della ricerca e trovare strumenti tecnologici adeguati al fine di garantire cure sempre più appropriate ai nostri pazienti. Questa attività di ricerca e  l’utilizzo di questa procedura clinica oltre a limitare i disagi per il paziente permette anche di limitare i costi. La sostenibilità della cura è una delle priorità che abbiamo inserito nel manifesto della green oncology presentato per la prima volta al Congresso nazionale di Cosenza, e che ora verrà ulteriormente approfondito durante il Congresso nazionale che si terrà a maggio a Roma”. Concludendo poi: “Sottolineo infine l’impegno costante di ESMO verso gli oncologi per metterli costantemente a conoscenza delle nuove scoperte che potrebbero – in un futuro speriamo vicino – rivoluzionare la pratica clinica degli anni a venire”.
 

28 marzo 2013
© Riproduzione riservata


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