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Insufficienza renale cronica. Tutti i benefici della dieta aproteica

Colpisce per lo più le più donne e di età avanzata. Un numero in crescita per via del progressivo invecchiamento della popolazione. Ecco perché trovare trattamenti o terapie aggiuntive efficaci è importante. I nefrologi suggeriscono la dieta aproteica: riduce del 50% il rischio di morte renale.

26 APR - Secondo gli ultimi dati forniti dal Giornale Italiano di Nefrologia, l’identikit della persona affetta da insufficienza renale cronica è prevalentemente donna, con un’età abbastanza avanzata, compresa tra i 75 e gli 81 anni. Uno scenario difficile quello che si prospetta per la prevenzione e la cura della malattia, considerato il progressivo invecchiamento della popolazione italiana. Come affrontarlo? Secondo i nefrologi un’arma efficace potrebbe essere quella della dieta aproteica come terapia conservativa per stabilizzare i pazienti che soffrono di insufficienza renale: secondo gli studi questa ridurrebbe infatti il rischio di morte renale del 50%, prolungando del 41% il tempo di vita dell’organo.
 
L’insufficienza renale cronica, con una prevalenza stimata di circa il 4-6% nella popolazione generale italiana è una patologia di forte impatto in termini di mortalità, ospedalizzazione e spesa sanitaria. Gli esperti stimano infatti che nella popolazione adulta circa 1 individuo ogni 10 abbia un grado d’insufficienza renale moderata, cioè una funzione renale dimezzata o più che dimezzata rispetto alla norma. In Italia esistono 45.000 pazienti in trattamento dialitico cronico, mentre per i dati relativi alla prevalenza dell’IRC gli esperti possono fare solo una stima. Gli Stati Uniti sono infatti, l’unica nazione della quale si dispongono dati certi e il numero di pazienti con IRC non sottoposti a dialisi è 50 volte superiore a quello dei pazienti in trattamento sostitutivo (0.1%), essendo pari a circa il 5% della popolazione adulta. Assumendo quindi che la prevalenza delle malattie renali in Italia sia uguale a quella degli USA , in Italia si possono stimare circa 2 milioni e 200 mila pazienti con IRC non ancora in dialisi.

 
“Le ultime evidenze scientifiche dimostrano chiaramentecome, oltre alla necessità di favorire l’aumento delle diagnosi precoci con gli esami di laboratorio disponibili, semplici e di basso costo, sia necessario adottare trattamenti adeguati non solo farmacologici”, ha commentato Giuliano Brunori, Direttore del reparto di nefrologia dell`ospedale Santa Chiara di Trento. “A questo proposito qualche anno fa abbiamo pubblicato su American Journal of Kidney Disease dati che chiariscono come l’adozione della terapia nutrizionale aproteica sia in grado di ritardare l’insufficienza renale cronica e le sue co-morbilità, riducendo il rischio di morte renale del 50% e prolungando del 41% il tempo di vita renale. Lo studio quindi dimostra come i pazienti con insufficienza renale cronica a regime alimentare aproteico possano ridurre fino al 38% il rischio di progressione verso la fase dialitica. Infine un’altra pubblicazione su Nephrol Dial Transplant dimostra come ritardando di almeno 1 anno l’ingresso della terapia dialitica grazie alla dieta aproteica, si riesca sia a migliorare significativamente la qualità di vita del paziente sia ad ottenere un risparmio annuo/paziente per il Servizio Sanitario Nazionale di 21.180 € nel solo primo anno di trattamento in dieta aproteica.”
 
La dieta aproteica nell’insuffcienza renale cronica deve promuovere il calo ponderale solo in fase precoce, poiché tardivamente potrebbe incidere sul ph del sangue favorendo l'acidosi metabolica. L'apporto lipidico dev'essere moderato ed in prevalenza costituito da acidi grassi polinsaturi; in merito alle proteine, meglio garantirne un apporto moderato e di buon valore biologico e, solo in caso di perdite proteiche urinarie raggiungere 1,4g/kg di peso corporeo. È opportuno limitare significativamente l'introito di alcuni oligoelementi quali sodio, potassio e fosforo, e parallelamente supplementare il regime dietetico con calcio, ferro, acido folico e piridossina mediante l'utilizzo di integratori alimentari. In caso di dialisi, è opportuno tenere in considerazione che tale procedimento favorisce l'eliminazione di molti composti idrosolubili, pertanto, sarebbe opportuno provvedere periodicamente all'ottemperamento dei fabbisogni specifici.
 
Questo tipo di dieta, tuttavia, non è consigliata solo nel caso dell’IRC,ma anche – ad esempio – in quello della fenilchetonuria o PKU, malattia metabolica rara che, se non curata, può causare ritardo mentale e problemi neurologici. Non ci sono segnali esterni di malattia finché non è troppo tardi per porvi rimedio. Fortunatamente, un test neonatale, test di Guthrie, obbligatorio in Italia dall'inizio degli anni '90, è in grado di diagnosticare la patologia. Ciò consente di iniziare una dieta appropriata già dalle prime settimane di vita ed evitare così eventuali danni al cervello.
I prodotti aproteici sono indicati anche nella terapia della fenilchetonuria: il fegato (a causa della poca o inesistente attività dell'enzima fenilalanina idrossilasi) non assimila la PHE(feninlalanina)  contenuta nelle proteine e la accumula nel sangue, che diviene tossico per il cervello. Perciò chi è affetto da PKU deve limitare l'assunziome di proteine, integrando l'alimemtazione anche con delle speciali miscele di aminoacidi.
 
Proprio per venire incontro a esigenze di questo tipo,esistono delle linee di prodotti alimentari dedicati ai pazienti che necessitano di diete proteiche. Ultima in ordine di tempo è ad esempio la nuova linea Mevalia Low Protein del Dr. Schär, azienda leader nell’alimentazione senza glutine.

26 aprile 2013
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