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Se il bambino vede a "metà" il cervello compensa da solo la lesione


Nascono con metà del campo visivo cieco per lesioni alla corteccia occipitale, area deputata alla visione. Ma evitano gli ostacoli come se ci vedessero. Merito della parte sana della corteccia cerebrale. Da questa osservazione lo studio dell’Università di Pisa che potrebbe aprire nuove prospettive di cura.

28 GIU - “Abbiamo scoperto che nei bambini con lesioni alla nascita, la corteccia sana compensa la parte cerebrale lesionata. Lo studio che abbiamo realizzato dimostra l’estrema plasticità del cervello del bambino e quindi la sua formidabile capacità di riorganizzarsi anche dopo una lesione molto grande e potenzialmente invalidante”. Le parole sono di Giovanni Cioni e Maria Concetta Morrone, entrambi docenti presso l’Università di Pisa (rispettivamente dei Dipartimenti di Medicina Clinica e Sperimentale e di Ricerca Traslazionale) ma anche ricercatori presso l’IRCCS Fondazione Stella Maris per la Neuropsichiatria dell’infanzia e l’adolescenza: lo studio di cui parlano è stato pubblicato su Neuroscienze Cortex e potrebbe aprire nuove prospettive di cura per bambini e adulti con danni alle funzioni visive.
 
“Se ci limitassimo all’anatomia del loro cervello, dovremmo dire che i bambini che nascono con lesioni dovute ad emorragie o malformazioni che colpiscono la corteccia occipitale, l’area deputata alla visione, non ci vedono”, hanno spiegato. Ma non è così. Nonostante abbiano questi danni congeniti, cioè presenti sin dalla nascita, i ricercatori hanno notato che questi bambini rispondono agli stimoli come se ci vedessero: evitano gli ostacoli improvvisi, si spostano alla percezione dell’oggetto, si voltano verso la parte cieca. Un vero e proprio mistero che il team tutto italiano ha finalmente svelato. 

L’équipe che ha fatto questa importante scoperta è multidisciplinare e comprende ricercatori dell’IRCCS Fondazione Stella Maris, del CNR e dell’Università di Pisa e dell’Università di Firenze. Lo studio che porta le firme di Francesca Tinelli, Guido Marco Cicchini, Roberto ArrighiMichela Tosetti, Giovanni Cioni e Maria Concetta Morrone, ha evidenziato i meccanismi con cui alcuni soggetti riescono a correggere l’emianopsia, ovvero la perdita di metà del campo visivo, acquisendo la possibilità di utilizzare i segnali visivi provenienti dal campo cieco senza averne una percezione cosciente.

 
“Abbiamo seguito alcuni bambini con questo tipo di lesioni alla nascita nel corso degli anni, sottoponendoli ad imaging funzionale, ovvero l’uso della risonanza magnetica per analizzare e studiare la relazione tra l’attività di determinate aree cerebrali e specifiche funzioni cerebrali”, ha continuato Morrone. “Con l’uso di queste avanzate tecnologie abbiamo potuto comprendere il meccanismo con cui il loro cervello compensa la mancanza di questa funzione visiva. La parte buona della corteccia assume anche le funzioni di quella danneggiata, andando a colmare il danno che si trova nell’altro emisfero. E’ la prova di quanto sia plastico il cervello del bambino e quindi sia capace di riorganizzarsi per far fronte alle difficoltà”.
“Questo avviene solo nei bambini con una lesione congenita”, ha poi aggiunto Cioni. “Nel gruppo dei bambini che hanno avuto danni di questo tipo successivamente e quindi non alla nascita, non abbiamo assistito a questa riorganizzazione e nemmeno negli adulti. La ricerca evidenzia chiaramente tre elementi fondamentali: il cervello è plastico; l’ambiente insegna ed è quindi il “farmaco del cervello” e in base a quanto scoperta possiamo studiare terapie ad hoc”. 

 
Secondo gli scienziati le ricadute di questo studio potrebbero portare a nuove cure. “È una speranza molto concreta”, ha spiegato Cioni. “Comprendendo meglio I meccanismi possiamo intensificare gli stimoli sulla plasticità cerebrale e approntare interventi terapeutici anche per tutti quei bambini con danni non congeniti e per gli adulti. Certo siamo appena agli inizi ma abbiamo una prima e importante risposta preliminare. Mi riferisco per esempio a interventi riabilitativi con supporto di tecnologie bioingegneristiche e di Information Comunication – ha concluso - capaci di riattivare la plasticità attraverso trattamenti più intensivi e personalizzati, fatti a casa ma con sorveglianza medica mediante la telemedicina. C’è uno studio in corso che si ricollega a questo, i cui risultati sono promettenti”.

28 giugno 2013
© Riproduzione riservata


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