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Parkinson. La speranza della terapia genica. Ma gli esperti avvertono: "Non c'è ancora alcun dato definitivo sulla sua utilità"

di Maria Rita Montebelli

Importanti novità nel trattamento di questa malattia neurodegenerativa che interessa 200 mila pazienti in Italia: dalla realtà clinica del pacemakeranti-Parkinson, alle promesse della terapia genica. Ma Berardelli (LIMPE) invita alla prudenza: "Non c’è ancora alcun dato definitivo sulla sua utilità e sul fatto che potrà essere utilizzata un giorno come trattamento per il Parkinson"

21 FEB - Sono 200 mila i casi di Parkinson in Italia, una patologia per la quale l’Italia è molto ben organizzata a livello assistenziale e all’avanguardia sul fronte della ricerca. Ad affermarlo è il prof. Alfredo Berardelli, presidente della LIMPE (Lega Italiana per la lotta contro la Malattia di Parkinson, le sindromi Extrapiramidali e le demenze), che ricorda come, non essendo ancora noti i fattori causali della malattia, non si disponga purtroppo di terapie eziologiche. A disposizione dei pazienti c’è tuttavia un armamentario terapeutico di cosiddetti ‘sintomatici’ che danno ottimi risultati, in particolare sulla riduzione della motilità e del tremore.
 
Terapie che vengono cucite su misura del paziente e modulate a seconda delle necessità. Molto importante è anche l’attività fisica, che va considerata parte integrante del trattamento in quanto migliora la plasticità cerebrale. “I parkinsoniani che svolgono attività fisica continua – ricorda Berardelli - stanno meglio di quelli che non la praticano. È per questo che bisognerebbe stimolarli di più”.
 
La malattia compare in genere dopo i 50 anni d’età, ma non sono rari i casi ad esordio prima dei 40 anni; ha una prevalenza dell’1% nella popolazione generale dopo i 60 anni e colpisce 5 milioni di persone nel mondo. E’ una patologia neurodegenerativa (dovuta alla degenerazione progressiva dei neuroni dopaminergici nella pars compacta della sostanza nera), che si manifesta con disturbi motori, quali bradicinesia, rigidità, tremori, alterazioni della marcia e instabilità posturale.
 
Da qualche anno al trattamento farmacologico e dopo il suo eventuale fallimento, si è affiancata la terapia chirurgica, destinata alle fasi più avanzate; questo trattamento consiste nella stimolazione elettrica di alcune zone cerebrali (la cosiddetta deep brain stimulation, DBS), ottenuta mediante il posizionamento di elettrodi in alcune regioni target del cervello, individuate con la risonanza magnetica o con una mappatura neurofisiologica. Gli elettrodi vengono poi collegati ad un generatore di impulsi elettrici (una sorta di pacemaker), che viene impiantato in una tasca cutanea sotto la clavicola. Questo pacemaker anti-Parkinson, a detta di molti, è stata la più importante scoperta nel trattamento del Parkinson dopo l’introduzione in terapia della levodopa; ma non è per tutti.
 
Il futuro passo avanti nel trattamento del Parkinson potrebbe essere la terapia genica. Se ne parla da anni, ma la recente pubblicazione di uno studio anglo-francese su Lancet, ha fatto riaccendere le speranze.  Di questo trattamento per ora si può dire solo che si è dimostrato sicuro (su un piccolo numero di pazienti) e che ha dato qualche miglioramento sui sintomi motori.
Quindici i pazienti trattati in questo piccolo trial di fase1-2, che ha testato la ProSavin, una terapia genica messa a punto da Oxford BioMedica. ProSavin consiste nei tre enzimi deputati alla biosintesi di dopamina (tirosina idrossilasi, ciclo idrolasi 1, L-amino decarbossilasi o AADC), inseriti in un vettore virale. La terapia viene somministrata per iniezione diretta nel putamen, l’area cerebrale contenente i neuroni dopaminergici, che vengono distrutti nel Parkinson.
 
Il razionale di questa terapia genica sta nel fatto che col tempo i pazienti tendono a non rispondere più alla terapia con L-dopa, probabilmente perché si riduce la produzione dell’enzima che converta la L-dopa in dopamina. Un altro problema della terapia con L-dopa è che i suoi livelli, in seguito alla somministrazione orale, possono mostrare delle ampie fluttuazioni, che si traducono in una stimolazione intermittente dei recettori dopaminergici e in effetti collaterali anche importanti (discinesie, allucinazioni, vomito). La terapia genica con questi enzimi, consentirebbe invece di stabilizzare i livelli di dopamina, assicurandone una produzione locale e continua nei pazienti in fase avanzata di malattia.
Questo studio è stato il primo al mondo ad aver utilizzato una terapia genica a vettore virale per il trattamento di una patologia neurodegenerativa nell’uomo. Per questo l’aspetto della safety era particolarmente cruciale. ProSavin ha superato questo test a pieni voti e, a distanza di 12 mesi dal trattamento, in tutti i pazienti è stato evidenziato anche un miglioramento delle funzioni motorie.
 
Risultati certamente incoraggianti, ma è ancora presto per cantar vittoria. “Per quanto riguarda la nuova terapia genica – commenta il prof. Berardelli -  si tratta di una terapia ancora sperimentale che non ha alcuna ricaduta nella pratica clinica quotidiana. Per ora si stanno mettendo a punto le metodiche per procedere con questo tipo di terapia, ma ancora non c’è alcun dato definitivo sulla sua utilità e sul fatto che potrà essere utilizzata un giorno come trattamento per il Parkinson”.
 
Maria Rita Montebelli

21 febbraio 2014
© Riproduzione riservata

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