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Focus Epatite C. In attesa dei nuovi farmaci senza interferone. Preoccupa lo stigma che allontana molti dalle cure


Arrivo previsto tra quest’anno e il 2015. Parliamo della nuova generazione di farmaci contro il virus, più forte e più tollerata e capace di sconfiggerlo anche fino al 99% dei casi. Intanto la malattia dilaga e ogni anno si registrano tra i 3 e i 4 milioni di nuovi casi nel mondo. Ma anche per colpa del forte stigma solo il 2% dei malati sceglie di curarsi.

26 MAR - Non rende più necessario l'interferone, si assume per via orale e permette di ottenere una risposta virologica ed eradicare il virus anche fino al 99% in tutti i pazienti, siano lievi o gravi: è questo il traguardo che offrono i nuovi farmaci in fase di sviluppo, e che dovrebbero arrivare anche in Europa tra il 2014 e 2015, per la cura dell'epatite C. A spiegarlo sono stati gli esperti riuniti a Milano per un incontro organizzato per i giornalisti, in cui hanno fatto il punto anche sullo stato dell'arte delle terapie e il loro accesso ai pazienti.
 
Tra i 3 e i 4 milioni di nuovi casi all’anno nel mondo. In Italia i malati sono 1,2 milioni. Il virus dell'epatite C è stato identificato 25 anni fa, ma è solo da 10 anni che sono stati creati dei modelli cellulari, i cosiddetti 'repliconi' che costituiscono il virus e hanno consentito alle aziende farmaceutiche di testare numerose molecole. Nel mondo ogni anno si registrano 3-4 milioni di nuovi casi. “In Italia si stima che ci siano almeno 1,2 milioni le persone malate di epatite C – spiega Massimo Colombo, professore di Gastroenterologia dell'università degli Studi di Milano – ma di questi il 30% circa sono infezioni che passano spontaneamente. La maggior parte dei malati ha 50-60 anni, ha contratto il virus da trasfusioni infette, aghi e siringhe riciclati a casa o in ospedale, e vive principalmente nelle regioni centro-meridionali, anche se il virus è distribuito a macchia di leopardo su tutto il territorio nazionale”. Più difficile trovare delle infezioni nei giovani, a meno che non abbiano contratto il virus con iniezioni in vena. In questo caso si stima siano circa 200mila persone. “Chi resta malato cronico – continua Colombo – può sviluppare malattie ed evolvere in cirrosi (10-15% dei casi), che è la fase più pericolosa e può portare ad altre complicazioni, come tumore al fegato, ittero, ascite ed emorragie digestive”. Il nostro Paese, primo in Europa per prevalenza di malattie epatiche, è anche ai primi posti per i trapianti di fegato e la cirrosi è la quinta causa di morte con 10mila decessi l'anno.

 
Pochi in trattamento.Non tutti i malati di epatite C vengono curati. “C'è un forte stigma sociale associato al virus – rileva Antonio Craxì, direttore dell'unità operativa di Gastroenterologia dell'università di Palermo – tanto che molte persone tengono nascosta la propria condizione. La decisione di avviare il trattamento dipende da vari fattori, come l'entità del danno epatico, la concomitanza di altre patologie, la quantità di virus nell'organismo e il genotipo virale, l'attesa di progressi terapeutici e la riluttanza dei pazienti”. I tassi di trattamento sono dunque bassi per i 160 milioni di affetti da epatite C cronica: secondo un'indagine del 2011 è in terapia il 2% dei portatori del virus (sia diagnosticati che non) negli Usa, in Francia, Germania, Italia, Spagna e Regno Unito e Giappone.
 
Guarire si può. Attualmente per i malati con genotipo 1 (il più diffuso) il trattamento disponibile prevede iniezioni settimanali di interferone associato a ribavirina, cui può essere associato ad uno dei due agenti virali ad azione diretta (daa), che viene somministrato per 24-48 settimane per potenziare la risposta del sistema immunitario al virus. Ma le controindicazioni non mancano. Solo ¼ dei pazienti può usare l'interferone e la terapia doppia ha molti effetti collaterali. “Inoltre la prima generazione di daa – continua Craxì – venuta fuori nel 2011 potenzia gli effetti collaterali dell'interferone e non dà una risposta soddisfacente. Nei pazienti mai trattati con genotipo 1 si hanno tassi di guarigione fino al 75%, e del 30% in chi la terapia doppia ha fallito. I ricercatori stanno lavorando ora ad un trattamento orale, senza la necessità di iniezioni settimanali di interferone. “La prima risposta Svr 24 (cioè la guarigione virologica) con questi trattamenti sperimentali senza interferone – prosegue Craxì – è stata rilevata in una sperimentazione nel 2011, e le prime terapie senza interferone dovrebbero essere disponibili nel 2014 o 2015. Si tratta di terapie innovative, perché possono curare tutte le forme di epatite, dalle lievi a quelle scompensate”.
 
L'azienda farmaceutica Abbvie ha appena concluso un vasto studio di fase III su 2.300 pazienti in 25 Paesi su una terapia complementare orale priva di interferone, con e senza ribavirina, con tre daa sperimentali (che inibiscono 3 proteine virali coinvolte nella replicazione) e con tassi di guarigione virologia già dopo 12 settimane dalla fine del trattamento e con tassi di risposta compresi tra il 92% e 96%, anche in pazienti difficili di trattare.
 
Accesso alle cure difficile. Una ricerca condotta dal'associazione EpaC con Cittadinanzattiva nel 2013 su 270 reparti autorizzati a prescrivere la triplice terapia, ha rivelato che solo il 33% di chi è ritenuto idoneo a un trattamento ha accesso immediato alla cura innovativa, spesso per lunghe liste d'attesa (42%) e visita rimandata senza che i pazienti vengano inseriti in liste d'attesa (25%). Il dossier rileva inoltre una carenza strutturale dei centri autorizzati alla precrizione dei nuovi farmaci che incide profondamente sulla possibilità di accesso immediato alla terapia. Non essendoci stata una rivalutazione del personale, i centri autorizzati devono contingentare l'accesso al trattamento per garantire la sicurezza necessaria, allungando però così l'attesa dei pazienti, in una corsa a ostacoli organizzativa, burocratica ed economica.
 
A.L.

26 marzo 2014
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