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Speciale Asco. Bevacizumab sperimentato con successo anche in associazioni ‘inedite’

La star delle terapie anti-tumorali, anche in questa edizione dell’ASCO, si conferma il bevacizumab, protagonista di oltre 130 presentazioni e al centro di sempre nuove sperimentazioni, come quella nuova con l’erlotinib, un altro biologico, nel carcinoma del polmone. Di particolare rilievo anche i risultati della sua associazione con la chemioterapia ‘potenziata’, nel carcinoma del colon-retto

03 GIU - Studio Jo25567: l’associazione bevacizumab-erlotinib prolunga la sopravvivenza libera da progressione (PFS), portandola a 16 mesi, nei pazienti con tumore del polmone non a piccole cellule (NSLC), EGFR mutati. Il tumore del polmone è la neoplasia più diffusa nel mondo, con 1,35 milioni di nuovi casi ogni anno. Rappresenta la principale causa di morte per cancro e determina 1.180.000 morti ogni anno. Ogni giorno, oltre 3.000 persone muoiono di tumore del polmone in tutto il mondo; in pratica, due decessi al minuto. In Italia nel 2013 sono state circa 38.000 le neodiagnosi di tumore del polmone (1 su 3 tra le donne) e anche nel nostro Paese questo tumore costituisce la prima causa di morte per cancro, con il 20% dei decessi. La forma NSCLC rappresenta da sola l’85% dei casi di tumore del polmone Lo studio Jo25567, presentato all’Asco, ha dato interessanti risultati grazie ad un’associazione inedita, quella tra due biologici, l’erlotinib (un anti-EGFR, attivo solo in pazienti EGFR mutati) e l’anti-angiogenetico bevacizumab.
 
Questa associazione ha permesso di raggiungere una PFS di 16 mesi, contro i 9,7 mesi ottenuti con solo erlotinib, nei pazienti EGFR mutati, una categoria di pazienti che, con la sola chemioterapia,  avrebbe un’aspettativa di vita di appena 4-5 mesi.  “Questo studio è importante – spiega il dottor Francesco Grossi, Istituto Nazionale per la Ricerca sul Cancro di Genova –  perché sappiamo che non tutti pazienti portatori di questa mutazione rispondono agli inibitori di EGFR, quindi avere a disposizione una migliore combinazione può essere un sicuro passo in avanti.”


Studio TRIBE: la combinazione chemioterapica FOLFOXIRI e bevacizumab èpiù efficace di quellabevacizumab-FOLFIRI,nel carcinoma del colon retto e garantisce unasopravvivenza globale media a 41.7 mesi nella difficile popolazione RAS-RAF wild-type. Il tumore del colon-retto, nonostante i tanti progressi della terapia, rimane uno dei grandi big killer. Ogni anno se ne registrano nel mondo 1,2 milioni di nuovi casi ed è causa di 600.000 decessi. Nel nostro Paese è il secondo tumore come incidenza, con 55 mila neodiagnosi nel 2013. All’ASCO sono stati presentati i risultati dello studio TRIBE, che ha dimostrato come l’associazione bevacizumab-FOLFOXIRI, sia superiore a quella classica bevacizumab-FOLFIRI, nel garantire una migliore sopravvivenza libera da progressione (PFS) e una maggiore sopravvivenza globale (OS), indipendentemente dallo status mutazionale della malattia.
 
“Questo studio - spiega il prof. Alfredo Falcone, direttore del Polo Oncologico Azienda Ospedaliera Universitaria Pisana e centro coordinatore dello studio - ha dimostrato come l’intensificazione della chemioterapia iniziale, consenta di ottenere una maggiore riduzione della massa tumorale, di ritardare la progressione del tumore e di prolungare la sopravvivenza dei pazienti rispetto alla terapia standard, indipendentemente dallo stato mutazionale di RAS e BRAF. Spetta ovviamente all’oncologo, la scelta di somministrare questo trattamento più efficace, ma anche più tossico, sulla base delle caratteristiche del singolo paziente.Il bevacizumab – continua Falcone - è certamente uno dei farmaci più importanti nel trattamento di questo tumore in fase metastatica. In associazione alla chemioterapia, rallenta l’evoluzione del tumore, contribuendo a cronicizzarlo.”

Un sottogruppo di pazienti (il 7-8% di  quelli con tumore del colon-retto) presenta una mutazione BRAF, che conferisce al tumore caratteristiche di grande aggressività; con le terapie tradizionali, i BRAF mutati non raggiungono un anno di mediana di sopravvivenza. “Il trattamento più aggressivo, a base di FOLFOXIRI e bevacizumab – conclude il prof. Falcone - ha dimostrato un beneficio, in alcuni casi molto pronunciato, anche in questo sottogruppo; a rispondere alla terapia è stata oltre la metà dei pazienti e la sopravvivenza è arrivata a quasi due anni, anche nei pazienti BRAF mutati. In questo sottogruppo dunque, questo trattamento rappresenta un’opzione importante”.

“Roche è presente a questo congresso – sottolinea il dott. Federico Pantellini, medical team leader oncology di Roche Italia - con circa 400 tra presentazioni orali e abstract; in pratica quasi una comunicazione su 10 di quelle presentate è stata condotta con un farmaco Roche. Avastin, con i suoi 500 trial clinici all’attivo è la molecola anti-tumorale più studiata di sempre e conferma la leadership di Roche in oncologia”.

Maria Rita Montebelli

03 giugno 2014
© Riproduzione riservata


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