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Il mercato dei generici aumenta ma non decolla

Nel 2009 gli equivalenti rappresentano il 47 per cento del consumo complessivo di farmaci, una quota molto inferiore a Paesi come gli Usa dove raggiungono l’80 per cento.
A pagare le spese sono Servizio sanitario nazionale e i produttori che, per la scarsità dei volumi di vendita, non possono abbassare ulteriormente i prezzi. Dialogo sui farmaci ha analizza la tendenza con uno studio sulle prescrizioni in Veneto. 

24 DIC - Nonostante un consistente aumento nei consumi, il mercato dei generici in Italia stenta ad affermarsi. E a rimanere indietro è soprattutto il generico puro, il cosiddetto unbranded, a cui spesso i medici preferiscono i farmaci di griffe (i cosiddetti branded). Questi ultimi, tuttavia, pur possedendo le stesse caratteristiche quali-quantitative in principi attivi, la stessa forma farmaceutica e le stesse indicazioni terapeutiche, tendenzialmente hanno un costo superiore del farmaco unbranded.La tendenza emerge da un’analisi condotta da Dialogo sui Farmaci - la rivista di proprietà dell’ULSS 20 di Verona e dell’Azienda Ospedaliera di Verona - sui consumi di equivalenti nella Regione Veneto.
In Italia, rileva lo studio, calcolando il numero di dosi assunte in un giorno ogni 1000 abitanti (DDD/1000 ab/die), gli equivalenti nel 2009 rappresentano il 47 per cento del consumo complessivo di farmaci (in Usa è l’80 per cento, tanto per fare un raffronto). Tuttavia, essendo più economici rispetto ai medicinali con brevetto, contano soltanto il 27 per cento circa della spesa complessiva dei farmaci di fascia A rimborsabili dal Servizio sanitario nazionale.Ma, al di là dei dati generali, è il dettaglio del Veneto fotografato dalla rivista a spiegare cosa succede realmente sul territorio. I dati si riferiscono al quinquennio 2005-2009 e sono relativi alle classi di farmaci più prescritte: inibitori di pompa protonica, statine e bifosfonati.

Rispetto al 2006 l’utilizzo degli equivalenti è aumentato sostanzialmente. “Tuttavia potrebbe andare molto meglio”, si sottolinea in una nota della rivista. “Ad esempio, alla scadenza del brevetto i medici si orientano di frequente verso altri principi attivi simili ma con brevetto, o anche verso altre classi terapeutiche come succede con i farmaci per l’ipertensione: invece di orientarsi verso una classe di farmaci con i brevetti quasi tutti scaduti, come gli ACE inibitori (per l’ipertensione arteriosa), i medici tendono a prescrivere medicinali di altre classi terapeutiche con brevetto, come i sartani (altri antipertensivi). Inoltre, sempre nel panorama dei farmaci equivalenti, preferiscono prescrivere i medicinali branded, nonostante i generici puri in molti casi siano ancora più economici. E così il rapporto tra branded e unbranded è sbilanciato a tal punto che quelli di marca rappresentano il 75 per cento del consumo totale di equivalenti”.Quindi, dal momento che le aziende produttrici di generici puri hanno ridottissimi volumi di vendita e quote di mercato così limitate è particolarmente difficile l’abbassamento ulteriore dei prezzi.
A farne le spese, in definitiva, è il Servizio sanitario nazionale che non gode di un possibile risparmio e i pazienti che devono pagare la differenza di prezzo per acquistare i farmaci griffati, quando esistono alternative più economiche. “Sarebbe quindi doveroso e conveniente - concludono i ricercatori - avviare politiche che favoriscano misure idonee a incentivare la prescrizione dei generici da parte dei medici”.

24 dicembre 2010
© Riproduzione riservata


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