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Hiv/Aids. 13 milioni di persone accedono agli antiretrovirali. Vella (Iss): "Un modello di salute globale"

Diversi traguardi sono stati raggiunti negli ultimi 20 anni ed oggi circa un terzo delle persone con HIV è in cura. Però ancora la metà di chi ha il virus non ne è a conoscenza. Sono i dati emersi nella 20a Conferenza Internazionale sull’Aids a Melbourne. Oltre alla prevenzione, è necessario combattere lo stigma e la discriminazione. A colloquio con Stefano Vella dell’ISS

29 LUG - Diversi passi sono stati compiuti per combattere l’HIV e l’AIDS negli ultimi 20 anni ed oggi a livello globale circa 13 milioni di persone hanno accesso ai farmaci antiretrovirali, mentre i decessi sono diminuiti da 1,7 a 1,3 milioni all’anno (dato pubblicato su The Lancet)*. Tuttavia, circa la metà delle persone con il virus non ne è a conoscenza e circa i due terzi (complessivamente circa 22 milioni di persone) non hanno accesso alle terapie. Sono alcuni dati emersi durante la 20a Conferenza Internazionale sull’AIDS, appena conclusa a Melbourne in Australia, che ha visto la partecipazione di oltre 12mila persone provenienti da tutto il mondo.
Il trend complessivamente positivo fa ben sperare gli esperti di poter porre fine all’epidemia entro il 2030.
 
L’importanza dei diritti
La Conferenza è stata fortemente incentrata sul tema dei diritti umani della persona affetta da HIV e AIDS, come emerge dalla 2014 AIDS Melbourne Declaration: “Noi, firmatari e garanti di questa dichiarazione, affermiamo che la non-discriminazione è fondamentale per una risposta basata sui diritti, su prove di efficacia, sull’uguaglianza sessuale, e su programmi di salute pubblica efficaci”. In tal senso, l’applicazione di “leggi discriminatorie, stigmatizzanti, che criminalizzano e dannose, porta a politiche e pratiche che aumentano la vulnerabilità al virus HIV”, si legge in un comunicato ufficiale della Conferenza. “Queste leggi, queste politiche e procedure incitano l’impiego di estrema violenza nei confronti delle popolazioni emarginate, rafforzano la stigmatizzazione e minano i programmi sull’HIV, e come tali rappresentano significativi passi indietro per la giustizia sociale, l'uguaglianza, i diritti umani e l'accesso alle cure sanitarie”.

 
Il caso dell’Aids è un esempio senza precedenti, spiega Stefano Vella, Direttore del Dipartimento del Farmaco dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS): “la battaglia alla malattia è stata un’azione collettiva, non solo a livello scientifico della ricerca, ma anche della mobilitazione politica, dell’impegno economico e sociale”, illustra Vella. “Basti pensare al coinvolgimento della community di persone sieropositive, allo sviluppo di strategie per l’accesso universale alle cure e di strumenti finanziari quali il Global Found, di cui l’Italia è tornata a far parte. Un insieme di elementi che ha costruito un modello vincente, che potrebbe essere utilizzato, in futuro, anche per la lotta ad altri problemi di salute globale, come l’epatite e le malattie croniche. I dati dell’HIV/AIDS, infatti, parlano di circa 13 milioni di persone in cura con antiretrovirali, un caso unico nel trattamento di una malattia di questo genere”. 
 
Gli ostacoli e gli obiettivi: verso lo spegnimento dell’epidemia
E adesso l’obiettivo futuro degli esperti è quello di spegnere l’infezione. “La riduzione della mortalità è legata all’uso dei farmaci, che rappresentano un mezzo di prevenzione”, prosegue Vella. “In mancanza di un vaccino e di una cura, che attualmente non ci sono, è dimostrato che l’aumento del numero di persone in trattamento correla con la diminuzione di nuove infezioni, dato che l'assunzione di farmaci impedisce la trasmissione, e dunque la diffusione, del virus: riuscendo a trattare la maggiore quantità possibile di individui che ne hanno necessità, si riduce il numero di nuove infezioni e l’epidemia si potrebbe spegnere”.
In generale, un terzo della popolazione globale (13 milioni di persone circa) è in terapia, ma ci sono ancora 22 milioni che non è in cura.
Tra gli ‘ostacoli’ attuali, “la mancanza di accesso al trattamento, che riguarda soprattutto i bambini (solo 2 su 10 sono in cura di quelli che ne hanno la necessità) e la presenza del “sommerso”, cioè di un ampio gruppo di persone che non sono a conoscenza della propria sieropositività”, spiega l’esperto dell’ISS. “Se tutti coloro che sono affetti dal virus ne fossero a conoscenza potrebbero curarsi meglio e smettere inconsapevolmente di trasmetterlo ad altre persone. L’obiettivo è quello di aumentare la percentuale di popolazione che si sottopone al test per l’HIV, anche se in alcuni casi, in presenza dello stigma e della discriminazione, può essere difficile”.
 
La salute è una sfida globale
Altro aspetto che emerge con forza durante la Conferenza riguarda il concetto della salute a livello globale. “La battaglia contro l’HIV/AIDS è una lotta per la salute che deve essere combattuta da tutti”, prosegue l’esperto ISS. “I problemi della salute riguardano tutti i paesi e la battaglia per risolverli deve coinvolgere ogni parte, globalmente, non solo a livello scientifico, ma anche politico, economico e sociale”.
 
Il caso dell’Italia
“Nel nostro paese le persone sieropositive sono circa 150-180 mila, di cui approssimativamente il 30% non è a conoscenza di avere il virus – spesso perché non sa di essersi mai sottoposto al rischio di contrarlo - mentre gli altri accedono alle terapie”, conclude Vella. “L’Italia si distingue per l'efficacia della cura. In generale, il nostro sistema sanitario è basato su un modello di sanità universale, che rappresenta un esempio per gli altri paesi, proprio per il carattere di globalità, e che dovremmo dunque esportare”.
 
Viola Rita

* C JL Murray et al., "Global, regional, and national incidence and mortality for HIV, tuberculosis, and malaria during 1990–2013: a systematic analysis for the Global Burden of Disease Study 2013", The Lancet, 22 July 2014, doi:10.1016/S0140-6736(14)60844-8

29 luglio 2014
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