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Speciale ESC.Un nuovo paradigma nella cura dello scompenso cardiaco

Il congresso della Società Europea di Cardiologia ha preso il via oggi a Barcellona con una buona notizia: dopo tanti anni e numerosi flop, finalmente sembra arrivato il momento di aggiornare la terapia dello scompenso cardiaco, con una nuova classe di farmaci, gli ARNi (inibitori dell’angiotensina e della neprilisina), che riducono del 20% la mortalità cardiaca

30 AGO - Per ora è solo una sigla, ma l’LCZ696 farà molto parlare di sé, essendo il primo farmaco, da oltre un decennio ad aver dimostrato di poter fare la differenza nel trattamento dello scompenso cardiaco cronico.
Il congresso della Società Europea di Cardiologia, inaugurato oggi a Barcellona, si apre con la presentazione dei risultati dello studio PARADIGM-HF (Prospective Comparison of ARNI [Angiotensin Receptor–Neprilysin Inhibitor] with ACEI [Angiotensin-Converting–Enzyme Inhibitor] to Determine Impact on Global Mortality and Morbidity in Heart Failure Trial), pubblicato in contemporanea online first sul New England Journal of Medicine. E la notizia fa rapidamente il giro del mondo.
 
Il farmaco, sviluppato dalla Novartis, è un’associazione tra il vecchio valsartan e il sacubitril, un inibitore della neprilisina. I sartani (ARB) hanno un posto rilevante da anni nel trattamento dello scompenso cardiaco, anche come alternativa agli ACE-inibitori, nei pazienti non in grado di tollerarli, ad esempio per la tosse.

La neprilisina è un enzima deputato a degradare bradichinina, peptidi natriuretici  e adrenomedullina; bloccando l’azione di questa endopeptidasi, gli inibitori provocano un aumento dei livelli circolanti di questi peptidi che secondo gli autori dello studio controbilancia gli effetti della esagerata attivazione neurormonale, tipica dello scompenso, che porta a ritenzione di sodio, vasocostrizione e remodeling ventricolare.
 
Il PARADIGM-HF, coordinato da John J.V. McMurray, professore di cardiologia presso l’Università di Glasgow, è uno studio clinico condotto su oltre 8 mila pazienti affetti da scompenso cardiaco di classe NYHA 2-4, che ha confrontato l’ LCZ696 al dosaggio di 200 mg due volte al giorno, con l’enalapril (10 mg due volte al giorno). L’Italia ha partecipato con 40 centri, che hanno arruolato 200 pazienti.
I pazienti randomizzati ad uno dei due trattamenti erano già in terapia con farmaci anti-scompenso (il 90% assumeva un beta-bloccante, il 78% un ACE inibitore, il 22% con un sartano e una minoranza con un anti-aldosteronico).
Lo studio è stato interrotto precocemente, la scorso marzo, dopo 27 mesi perché l’ LCZ696 è risultato superiore all’enalapril: il farmaco ha prodotto una riduzione del 20% dell’endpoint composito primario di mortalità cardiovascolare e primo ricovero per scompenso cardiaco. Più in dettaglio, LCZ696 ha ridotto del 20% il rischio di morte cardiovascolare, del 21% i ricoveri per scompenso cardiaco e del 16% il rischio di mortalità per tutte le cause.
 
"I dati presentati al congresso ESC - commenta Michele Senni, Direttore della Cardiologia I, Scompenso e Trapianti di Cuore, ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo e coordinatore per l’Italia del PARADIGM-HF – dimostrano che LCZ696, rispetto all'ACE inibitore, il capostipite dei farmaci utilizzati fino ad oggi, è potenzialmente superiore in termini di sopravvivenza e di riduzione delle ri-ospedalizzazioni nei pazienti affetti da scompenso cardiaco cronico e con funzione ventricolare sinistra ridotta. Questi dati aprono la strada a un potenziale cambiamento radicale nel trattamento dello scompenso cardiaco cronico, perché per la prima volta una nuova molecola ha mostrato risultati superiori all’attuale standard terapeutico. LCZ696 potrebbe quindi sostituire una delle molecole che attualmente rappresentano il cardine del trattamento, con una conseguente rivoluzione nella terapia dell’insufficienza cardiaca cronica”.
 
Anche Mariell Jessup, past president dell’American Heart Association, nell’editoriale che accompagna la pubblicazione del lavoro sul New England Journal of Medicine suggerisce che LCZ696 potrebbe avere un impatto ‘dirompente’ nell’area dello scompenso cardiaco.
 “Questo farmaco non solo rappresenta un passo avanti significativo – le fa eco Greg Curfman, Direttore Esecutivo del New England Journal of Medicine – ma apre un nuovo filone di pensiero sullo scompenso cardiaco. E probabilmente, il suo aspetto più interessante è rappresentato dalle ricerche che stimolerà in futuro”.
 
Maria Rita Montebelli

30 agosto 2014
© Riproduzione riservata


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