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Speciale ESC. Prevenzione dell’ictus da fibrillazione: quali gli ostacoli

I risultati di una survey condotta su un campione di 1.100 cardiologi, in sette Paesi del mondo, rivela l’atteggiamento corrente dei cardiologi nei confronti della prevenzione dell’ictus da fibrillazione atriale. Tra gli ostacoli principali, la mancanza di coordinamento nelle cure, soprattutto nei pazienti con diverse comorbilità

01 SET - La maggior parte dei cardiologi nel mondo ritiene che il paziente  ‘tipico’ con fibrillazione atriale non valvolare non esista; al contrario, l’88% di loro ritiene che i pazienti con NVAF siano uno diverso dall’altro ed che sia importante imparare a conoscerli, attraverso le loro varie condizioni comorbili e caratteristiche individuali, per offrire loro i trattamenti più adeguati e ‘su misura’. Sono alcuni dei risultati scaturiti da una survey condotta quest’estate da Harris Poll, commissionata dalla Heart Rhythm Society, con il supporto di Daiichi-Sankyo.
 
L’indagine, che aveva come focus il trattamento della fibrillazione atriale non valvolare (NVAF), ha individuato nel rischio di sanguinamento del singolo paziente, nella storia di stroke emorragico e nella compliance del paziente i tre fattori più importanti che i cardiologi dovrebbero prendere in considerazione nella gestione della terapia anticoagulante per la prevenzione dell’ictus da fibrillazione atriale. Il rifiuto da parte del paziente, l’elevato rischio di sanguinamento e le controindicazioni al trattamento rappresentano invece secondo gli intervistati le principali ragioni per cui molti pazienti con NVAF non ricevono il trattamento anticoagulante per la prevenzione dell’ictus.

 
Un altro dato riferito dalla quasi totalità degli intervistati (98%) è che la diagnosi di fibrillazione atriale arriva in genere con notevole ritardo. Tra le ragioni addotte, c’è l’asintomaticità di questa condizione (86%), ma anche una scarsa conoscenza del suo significato e dei suoi rischi a livello dei medici di famiglia (40%) e del pubblico in generale (36%).
 
“Eppure – ricorda Hugh Calkins, Past President della Heart Rhythm Society e professore di medicina presso la Johns Hopkins Medical (Usa) – per diagnosticare questa aritmia basta molto poco; è sufficiente di base istruire il paziente su come sentire il polso. Molto importante sarebbe anche che tutti i medici di famiglia si ricordassero di sentire il polso o di auscultare il cuore di tutti i loro pazienti ultra-65enni che varcano la porta dello studio; in caso di battito irregolare dovrebbero far fare subito un ECG al loro paziente”.
 
Tra i nodi da sciogliere per il trattamento della NVAF ci sono anche quello del coordinamento delle cure e del ruolo dei caregiver.
Secondo la survey, l’84% dei cardiologi ritiene che un maggior coordinamento tra tutte le figure professionali che si prendono cura del paziente è fondamentale per i migliori risultati del trattamento.
“E’ un argomento questo dibattuto in tutte le parti del mondo e senza una facile soluzione – ricorda John Camm, professore di cardiologia clinica presso la St. George’s University di Londra - soprattutto nei pazienti con diverse comorbilità.
Esperienze interessanti sono venute di recente dalla creazione delle ‘nurse clinic’, strutture nelle quali è un’infermiera a coordinare tutta l’assistenza di un singolo paziente”; una sorta di collante insomma tra i diversi specialisti e allo stesso tempo la regista delle cure del paziente stesso.
“Negli Usa – ricorda Hugh Calkins – molto forte è la spinta del governo federale alla realizzazione di banche dati contenenti tutti i dati clinici del paziente, accessibili poi da tutte le figure che si prendono cura della sua salute, in ospedale, come sul territorio”.
 
Fondamentale infine, il ruolo del caregiver. Il 75% dei cardiologi intervistati ritiene che i caregiver hanno un ruolo di primo piano nell’aiutare i pazienti a gestire la fibrillazione atriale; purtroppo solo un paziente su due può contare sulla presenza di un familiare o di una persona che si prenda cura di lui. Oltre a ricordare al paziente di assumere regolarmente le terapie, il caregiver - ritiene l’84% dei cardiologi intervistati - dovrebbe aiutare i pazienti a comunicare con le varie figure professionali con le quali interagisce.
 
Maria Rita Montebelli

01 settembre 2014
© Riproduzione riservata


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